Banda del bancomat, 52 anni di carcere

Otto condannati e un assolto al termine del processo con l’abbreviato: 6 anni ciascuno per i basisti (padre e figlio) di Tortoreto
TERAMO. Il doppio delle pene chieste in aula dalla Pubblica accusa. Perché in primo grado il processo con il rito abbreviato per la banda dei bancomat esplosi si è chiuso con una maxi condanna per otto dei nove imputati: complessivamente quasi 53 anni di carcere a cominciare dai 13 al presunto capo Massimo Furio. La sentenza è stata emessa ieri pomeriggio dal giudice Sergio Umbriano al termine di una lunga udienza consumata tra le richieste del pm Davide Rosati (che complessivamente aveva chiesto 28 anni di carcere) e le arringhe dei difensori dei nove quasi tutti di Cerignola tranne Pietro e Michele Intenza, padre e figlio rispettivamente di 42 e 21 anni, originari di Foggia ma da tempo residenti a Tortoreto, considerati dagli investigatori i basisti della banda. Sono stati loro, in un recente incidente probatorio chiesto dal pm proprio per cristallizzare le accuse già fatte nel corso di un precedente interrogatorio in carcere, a raccontare come si muoveva il gruppo tra appostamenti, sopralluoghi e “prove generali”.
Per la Procura i due, che hanno rapporti di parentela con un componente della banda, in alcune occasioni avrebbero ospitato i banditi in trasferta. Banditi che, secondo i carabinieri del reparto operativo che li hanno individuati dopo scrupolose indagini, sono professionisti del crimine accusati di aver fatto esplodere dieci bancomat nel Teramano, nell’Ascolano e in Toscana. Tutti esperti nel maneggiare esplosivi, super veloci nell’arraffare i soldi e nella fuga spesso facilitata dai chiodi lanciati in strada per fermare gli inseguitori e tutti provenienti da Cerignola, grosso centro in provincia di Foggia.
L’accusa contestata a tutti è quella di associazione a delinquere finalizzata ai furti, detenzione di materiale esplodente e danneggiamento. Gabriele De Simone è stato condannato a 12 anni, mentre Michele e Pietro Intenza sono stati condannati a sei anni e al pagamento di ventimila euro ciascuno. Stessa condanna per Vincenzo Capone e Giuseppe Pugliese. Tre anni e quattro mesi la condanna per Eugenio Cinquepalmi, mentre Vincenzo Serra è stato condannato a 10 mesi. Assolto Leonardo Ferrara a cui la Procura non contestava l’associazione. Le motivazioni della sentenza sono state preannunciate tra novanta giorni.
Ed è un’associazione, quella tratteggiata nelle quattrocento pagine di ordinanza di custodia firmata all’epoca dal gip Roberto Veneziano su richiesta del pm Davide Rosati, che pur non appartenente a nessuna organizzazione criminale, ha un modus operandi da malavita organizzata: non solo nelle gerarchie, ma anche nel sostenere le spese legali di chi viene arrestato e quelle di sopravvivenza dei familiari con una parte dei ricavi dai colpi.
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