Biblioteca Delfico chiusa Gallo: «Una scelta grave»

27 Luglio 2021

La preside della facoltà di Scienze politiche dell’ateneo teramano accusa: «Luoghi di cultura sempre più depotenziati e la politica resta a guardare»

TERAMO. Tutte le biblioteche regionali dal 14 luglio scorso sono chiuse fino «a nuove disposizioni». Mentre spazi ed eventi tornano ad accogliere centinaia di persone, pur con restrizioni, ci sono posti dove si ingrana la retromarcia e in controtendenza si sbarrano gli ingressi. In un silenzio generale che fa riflettere. La decisione della Regione ha coinvolto anche la biblioteca Delfico, chiusa senza indicazioni su tempi e modi per la riapertura. Ragioni sanitarie: questa la motivazione. L'ente non ha soldi per eseguire le sanificazioni degli spazi, e si è decisa la chiusura totale. In città, nel mondo culturale, accademico e studentesco, i malumori serpeggiano e ad accendere i riflettori sulla gravità di questa scelta “ad oltranza” è la professoressa Francesca Fausta Gallo, ordinario di storia moderna e preside della facoltà di Scienze politiche dell'ateneo teramano.
Da preside, da storica e da docente che si confronta ogni giorno con operatori della cultura e studenti, come ha preso la notizia?
«La chiusura della Delfico è solo l’ultimo capitolo di un progressivo depotenziamento dei luoghi della cultura e della formazione che si sta verificando in città, nella regione e, più in generale, nel nostro Paese. Leggere un avviso, davanti alla porta di ingresso della Biblioteca, dove il “datore di lavoro”, chiude “fino a nuove disposizioni” un presidio culturale così prestigioso, vitale e strategico per la città lascia basiti. La pandemia ha solo aggravato una situazione di degrado e abbandono che si trascina da anni, almeno da quanto la gestione delle Biblioteche è stata sottratta alle Province».
Preside, cosa rappresentano le biblioteche per una comunità?
«Sono dei presidi strategici nelle comunità, luoghi che ne avvalorano il grado di civiltà e il livello culturale. La Delfico, in particolare, era riuscita a realizzare al meglio questo obiettivo: si distingueva per l’eterogeneità della sua utenza, per la varietà delle iniziative culturali promosse, per la ricchezza del materiale in essa custodito, per la facilità di accesso alle sale, al prestito dei libri».
La notizia della chiusura delle biblioteche, a parte la voce di alcuni sindacati, è passata sotto silenzio. Perché secondo lei?
«Nell’opinione pubblica, grazie anche ad una retorica politica che ha radici, ormai, remote e di cui sarebbe lungo analizzare le ragioni, si è radicata sempre più l’idea che la “cultura” e soprattutto certa cultura umanistica, è sempre più accessoria, marginale, superflua. Pertanto, oltre le legittime proteste dei lavoratori del settore, sono in pochi quelli che si sentono colpiti da queste chiusure che riguardano anche i musei, le pinacoteche e, soprattutto, gli archivi».
La considerazione che politica e istituzioni danno alla cultura con scelte come questa quanto fanno male, anche sul lungo termine, al Paese? «L’Italia è il paese con il più grande patrimonio culturale al mondo e solo una visione miope non crea le condizioni affinché questo patrimonio possa essere adeguatamente tutelato, conosciuto e fruito, anche turisticamente, con evidenti ricadute economiche. Ma c’è un altro “valore” che va considerato. Biblioteche, archivi, musei, conservano il nostro patrimonio culturale, la nostra storia, i tratti distintivi della nostra identità, tutto quello che, in questo mondo sempre più omologato e globalizzato, ci differenzia e ci dà un valore distintivo. Sentire parlare in maniera strumentale e demagogica di “difesa dell’identità”, “valorizzazione delle radici” da chi, poi, ignora totalmente il proprio passato, la storia di una comunità o, ancora peggio, celebra eventi di un passato mai accaduto, non fa altro che accrescere l’ignoranza e il pregiudizio, con la conseguente difficoltà di confrontarci con altre culture e tradizioni».
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