Bimbo morto in campo, il giudice «Era tardi per il defibrillatore»

23 Marzo 2018

PINETO. Il giudice mette insieme le certezze di studi scientifici con il rigore di pronunciamenti della Cassazione (a cominciare dalla sentenza Franzese) per ricostruire il caso del piccolo Marco...

PINETO. Il giudice mette insieme le certezze di studi scientifici con il rigore di pronunciamenti della Cassazione (a cominciare dalla sentenza Franzese) per ricostruire il caso del piccolo Marco Calabretta, il bambino di 9 anni che nel settembre del 2015 si accasciò per sempre mentre giocava a pallone a Pineto. E nell’Abruzzo del caso Morosini, l’uso del defibrillatore torna anche al centro di questa drammatica vicenda. Perchè nelle motivazioni depositate dal gup Domenico Canosa dopo l’assoluzione del medico del 118 (Bahri Darush) accusato di omicidio colposo per il mancato uso del defibrillatore, lo stesso giudice sottolinea come l'uso avrebbe potuto salvare la vita del bimbo solo se utilizzato entro un determinato lasso di tempo già superato al momento dell’arrivo del medico. «L’applicazione del defibrillatore, pur a volerla, ma così non è, ritenere omessa», scrive, «non avrebbe sostanzialmente potuto sortire effetti salvifici se non in una percentuale del 10% (che può ridursi fino a zero qualora si riconduca l’arrivo dell’imputato dopo 3,4 minuti dalla prima ambulanza)». Una morte quella di Marco, stabilì l’autopsia, provocata da una fibrillazione ventricolare alla cui base c'era una malformazione congenita. Il giudice, nelle 25 pagine di motivazioni, pur non ravvisando i presupposti di una condotta colposa soprattutto quel rapporto di causa-effetto che la Cassazione mette alla base delle colpe mediche, non manca di sottolineare l’assenza di alcuni comportamenti nella gestione dell’intervento. «Si deve ritenere», si legge a questo proposito, «che nel caso di specie si potesse e dovesse giovare di una stabilizzazione sul posto del paziente, alla luce di una dotazione strumentale e farmacologica idonea evitando così di differire ulteriormente, con evidenti effetti sulla prognosi, le pratiche terapeutiche necessarie». E sottolinea come l’attività svolta dall’infermiere della prima ambulanza arrivata sul posto e dal medico in merito al defibrillatore «non risultava documentata in quanto gli operatori avevano dimenticato di azionare il pulsante che permette la stampa del tracciato». Sul caso il pm Stefano Giovagnoni (dopo la denuncia dei familiari del bambino) ha aperto un altro fascicolo iscrivendo sul registro degli indagati quattro persone, due infermieri e due aiuti autisti, componenti dell'equipaggio della prima ambulanza intervenuta nel campo di calcio di Pineto per il primo soccorso.(d.p.)
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