Bimbo morto in campo, medico assolto

2 Febbraio 2018

Il professionista del 118 era accusato di non aver usato il defibrillatore. Sul caso un’altra inchiesta con quattro indagati

TERAMO. Resta l’immagine di Marco che esulta su un campo di calcio a raccontare quello che avrebbe potuto essere e non sarà più. Tutto il resto serve solo a scandire le tappe giudiziarie dell’inchiesta sulla morte del piccolo Marco Calabretta, il bambino di 9 anni che nel settembre del 2015 si accasciò per sempre mentre giocava a pallone. E nell’Abruzzo del caso Morosini, l’uso del defibrillatore torna anche al centro di questa drammatica vicenda.
Ieri l’ennesima tappa: l’assoluzione del medico finito a processo con un'imputazione coatta dopo che la Procura ne aveva chiesto l’archiviazione. Al termine di un rito abbreviato, il gup Domenico Canosa ha assolto Darush Barhi, all'epoca dei fatti in servizio al 118 di Atri, con la formula del fatto non sussiste. Al medico (difeso dall'avvocato Gianfranco Iadecola) veniva contestato l’omicidio colposo per il mancato uso del defibrillatore. Ma secondo la consulenza disposta dalla Procura l'uso del defibrillatore avrebbe potuto salvare la vita del bimbo solo se usato entro un determinato lasso di tempo già superato al momento dell’arrivo del medico del 118: da qui la richiesta d’archiviazione fatta all’epoca dalla stessa Procura per il medico poi finito a giudizio con un’imputazione coatta. Una morte quella di Marco, stabilì l’autopsia, provocata da una fibrillazione ventricolare alla cui base c'era una malformazione congenita. Ieri la stessa Procura (rappresentata in aula dal procuratore Antonio Guerriero) ha chiesto l'assoluzione del medico. Sul caso il pm Stefano Giovagnoni (dopo la denuncia dei familiari del bambino) ha aperto un altro fascicolo iscrivendo sul registro degli indagati quattro persone, due infermieri e due aiuti autisti, componenti dell'equipaggio della prima ambulanza intervenuta nel campo di calcio di Pineto per il primo soccorso e sono in corso altri accertamenti sull’uso del defibrillatore. Dice l’avvocato Giulio Calabretta, zio del piccolo e legale dei genitori: «Apprendo anche a nome dei familiari di Marco e con molto rispetto, la decisione del giudice Canosa in merito all'assoluzione e nell'attesa delle motivazioni si attende l'esito del fascicolo d'indagine aperto dalla Procura a carico del personale presente sulla prima ambulanza intervenuta. E' anche vero che solo dopo l'apertura del giudizio abbreviato si è venuti a conoscenza di taluni e gravissimi fatti. Se l'attività prestata dai soccorritori fosse stata adeguatamente documentata, si sarebbe evitato di perdere due anni di tempo. Ma, evidentemente, si è voluto prendere tempo e solo quando non si è più potuto fare a meno allora qualcuno ha deciso di fare emergere altre dinamiche nei soccorsi, prima sconosciute». Aggiunge il legale: «La giustizia farà certamente il suo corso sempre tenendo fermo il sacrosanto principio che si debba trovare, quando vi è un reato, non un colpevole ma il colpevole. L'attività fino ad ora svolta continuerà con perseveranza (sia civile che penale) nell'attesa di conoscere gli atti finali della Procura con cui, fino ad oggi, questa difesa, nell'interesse dei famigliari (sempre per amore della verità), ha continuato a collaborare. Ancora una volta il pensiero di tutti è rivolto a Marco nella sempre più forte convinzione, al di là di questa assoluzione, che lo si sarebbe potuto salvare».
Resta il coraggio di una mamma e di un papà che in questi due anni hanno messo insieme dolore e speranza: quella che si possa giocare senza morire. Non si sono mai tirati indietro dal raccontare e ricordare, sensibilizzando all’importanza dei controlli medici per i bambini che fanno attività sportiva.
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