Bisceglia, i perché dell’ergastolo

Omicidio Mazza: i giudici della corte d’appello riconoscono i motivi abbietti e il movente dei soldi
TERAMO. E’ l’aggravante dei motivi abbietti che i giudici d’appello mettono in capo alla sentenza di ergastolo bis per Romano Bisceglia, 57 anni, accusato di aver strangolato e fatto a pezzi la sua ex convivente Adele Mazza, 49 anni. E non solo: affonda nei soldi, quelli che Bisceglia otteneva dalla prostituzione della donna, il movente del delitto. «Non par dubbio», scrivono i giudici d’appello nelle motivazioni, «che si debba connotare con i crismi dell’abiezione la condotta di uno sfruttatore che usa violenza, anche quella estrema, per contrasti intervenuti in ordine all’incasso dei proventi del meretricio, ovvero per continuare a garantirsi, parassitariamente, il mantenimento dell’illecito profitto». Nell’aprile del 2013 Bisceglia era già stato condannato all’ergastolo in primo grado, ma tre mesi dopo quella sentenza era stata annullata dalla corte d’appello per un vizio di forma legato alla composizione della corte, in particolare alla sostituzione di un giudice popolare. Così era iniziato il processo bis al termine del quale l’uomo era stato condannato a 30 anni perchè i giudici non avevano riconosciuto le aggravanti della premeditazione e dei motivi futili. Una sentenza, quella bis, contro cui hanno ha ricorso sia la difesa dell’imputato (l’avvocato Barbara Castiglione) decisa a dimostrare l’innocenza del suo assistito, sia la procura (il pm Stefano Giovagnoni) pronta a chiedere il carcere a vita proprio puntando sulle due aggravanti. Perchè per la pubblica accusa Bisceglia è l’assassino, incastrato dalla traccia del suo Dna trovato sul nastro adesivo usato per chiudere uno dei sacchi con i resti del cadavere, ma anche da decine di testimonianze, dalla corda e dai coltelli in casa, dal carrello usato per trasportare i resti e scaraventarli nella scarpata di via Franchi, dal sangue della vittima nel bagno di casa e da quello trovato su un suo scarpone, dal suo odio per Adele che aveva deciso di smettere di prostituirsi. «C’è il permanere», si legge nella sentenza, « della spregevole cointeressenza patrimoniale che ha connotato il rapporto tra imputato e vittima fino al tragico epilogo, per l’intendimento del Bisceglia, attuato anche con violenza, di continuare a garantirsi rendite parassitarie ai danni della Mazza, sfruttando il suo meretricio e approfittando della sua fragilità psicologica e del mantenimento di una condizione di sottomissione nei suoi confronti». Nel processo d’appello la procura generale, associandosi al ricorso presentato dal pm teramano, aveva chiesto l’ergastolo per Bisceglia. Richiesta a cui erano associate le parti civili rappresentate dagli avvocati Gennaro Lettieri e Renzo Di Sabatino. (d.p.)
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