Bloccati al Nord: «Abbiamo scelto di restare qui»
I racconti di due giovani fratelli rimasti a Milano e a Padova: «Non siamo tornati a Teramo per tutelare i nostri genitori»
TERAMO. Due giovani teramani, fratello e sorella, si sono trovati in due dei più estesi focolai di coronavirus, a Milano e Padova. E hanno deciso di non tornare a casa. In 406 invece sono rientrati in Abruzzo dopo l’8 marzo, registrandosi nel portale della Regione: 17 a Teramo, 11 a Roseto, otto a Giulianova e altrettanti ad Alba, sei a Silvi, cinque a Tortoreto, per citare i numeri maggiori.
Veronica Malatesta, disegnatrice di 27 anni, era andata a Milano per contatti di lavoro. «Sin da quando si diceva che era solo un’influenza», esordisce, «ho pensato che era meglio non tornare a Teramo per non mettere in pericolo i miei genitori e le persone care. Non ha senso rischiare di contagiarli. Tantopiù che avrei dovuto usare il treno e condividere un vagone con sconosciuti e magari beccarmi il virus. Ho preferito stare qui a casa di amici, mi sento al sicuro dal punto di vista emotivo e se mi ammalo, la situazione la posso affrontare». Una scelta che però non è a costo zero. «È strano: fino al 10 aprile non sarei dovuta riscendere. Ma ora sento la mancanza dell’ambiente familiare, evidentemente il fatto che sono costretta a privarmene aumenta il disagio. Ma preferisco fare un piccolo sacrificio. Certo, mi piacerebbe stare nel mio letto, tra i miei libri e i miei cari. Invece sto qui e sento il via vai continuo di ambulanze, guardo fuori e vedo il deserto. Spero che tutto quello che stiamo pagando, sulla pelle di altri, sia l'occasione di riflettere sulla nostra vita. Spero che non sia un'occasione persa». La disegnatrice però non vuol criticare chi ha fatto una scelta diversa, tornando a casa: «Posso capire chi ha avuto paura, è umano. Ma mi ha scosso vedere l'esodo di massa. Possibile che così tanti non abbiamo pensato che potevano mettere in pericolo gli altri?».
Antonio Malatesta, 22 anni, studia ingegneria aerospaziale a Padova. Lui sulle prime il biglietto del treno l’aveva comprato. «Ho riflettuto dopo», racconta, «avevo preso il biglietto per Roma, per andare dalla mia ragazza, ma il padre è immunodepresso. Poi volevo tornare a Teramo ma ho riflettuto che i miei genitori hanno una certa età e io non potevo avere la certezza di non avere il virus. Ho immaginato che se fossi sceso, uno dei miei si sarebbe ammalato». Antonio ha dunque deciso di restare a Padova «ma è dura, la mia ragazza ora è a Roma. I miei amici sono tornati a casa. Non è da biasimare il loro comportamento: qui non è semplice. I veneti sono bravi, ma mi mette ansia il numero di ambulanze che sento al giorno. Si percepisce la paura. Ma mantengono comportamenti sani e costruttivi: tutti rispettano le regole, questa cosa mi fa stare tranquillo».
Antonio vive con altri due coinquilini, lavoratori ora in cassa integrazione. «Loro escono poco dalle loro camere, hanno invertito il ritmo sonno-veglia e dormono di giorno. Il contatto con la realtà esterna me lo dà l'università con le lezioni on line e poi cerco di sentire tutti via Skype e telefono. Sono di natura un casalingo, ma ora la solitudine si fa sentire parecchio. Quando vedi che in Italia non tutti fanno il proprio dovere e tu stai ad aspettare con l'orologio che la quarantena finisca, sei sfiduciato. Non so da quanto sono in casa, ormai i giorni non li conto più». (a.f.)
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