Botte a moglie e figli, condannato a 9 anni

Commerciante teramano accusato di minacciare i minori con un coltello e di lasciarli senza cibo. Violenze sulla donna
TERAMO. L’abbraccio tra lei e il suo avvocato a fine udienza racconta più di tante parole. Qualche istante prima l’ex marito di questa donna teramana mamma di tre figli è stato condannato a nove anni per maltrattamenti e violenza sessuale. E non solo. Perché oltre alla decadenza dalla responsabilità genitoriale, il giudice Flavio Conciatori (presidente del collegio composto da Lorenzo Prudenzano e Enrico Pompei) ha inviato gli atti alla Procura ipotizzando anche un altro reato a carico di un commerciante teramano di 51 anni: quello della riduzione in stato di schiavitù.
Ora saranno le motivazioni preannunciate tra novanta giorni a definire i perché della condanna dell’uomo assistito dall’avvocato Mario Cheng Chi Chang, ma appare evidente sin da ora che, al di là dei tecnicismi giuridici, il tribunale ha ritenuto credibile la donna e i figli che in aula hanno raccontato angherie, maltrattamenti e, nel caso di lei, anche violenze sessuali. Continuate, aggravate perché come ha detto nella sua arringa l’avvocato di parte civile Monica Passamonti «senza queste l’uomo non le dava i soldi per comprare da mangiare ai suoi figli».
Un clima di terrore e sopraffazione ha ricostruito la Procura (Enrica Medori il pm titolare del fascicolo) in cui la donna i suoi tre figli, all’epoca dei fatti tutti minori, sono stati costretti a vivere per anni tra botte, minacce di morte e, spesso, anche senza cibo. Indicativo, a questo proposito, un passaggio della richiesta di rinvio a giudizio: «Poneva in essere nei loro confronti vessazioni di ordine fisico, morale e psicologico consistite, in particolare, nel minacciare lei e i figli di morte giungendo persino a rincorrerli impugnando coltelli da cucina o pesanti utensili; nel colpire la moglie con pugni in testa; nell’afferrare i figli minori per i capelli e sollevarli da terra; nel lasciare il nucleo familiare senza denaro e senza possibilità di acquistare cibo, costringendo le dette persone della famiglia a vivere in un clima di terrore e di sopraffazione e cagionando loro, per effetto di ciò, una grave sofferenza psicologica e un timore per la propria incolumità personale». Un incubo iniziato nel 2009 e finito nel 2014 quando la donna ha denunciato e con i suoi figli si è rifugiata in una comunità protetta. Ora tutti insieme sono tornati a vivere.
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