Camera di commercio In aula non c’è unanimità

28 Giugno 2019

La mozione contro l’accorpamento con L’Aquila non viene votata dai grillini e dal centrodestra, che sottolinea: «Sono gli associati a volere la fusione»

TERAMO. Lo stop alla fusione delle Camere di commercio di Teramo e l’Aquila non raccoglie consensi unanimi in consiglio. Il tentativo di frenare in corsa l’operazione ormai lanciata è stato affidato, nella seduta di ieri, a un ordine del giorno firmato dai capigruppo della maggioranza in cui si sollecitano gli organismi camerali e le associazioni che fanno parte dell’ente a invertire la rotta. All’accorpamento sarebbe sotteso il rischio, se non la certezza secondo quanto riporta il testo approdato in aula, della perdita della sede teramana della Camera di commercio.
FUSIONE KILLER. Su questo presupposto si fondano le argomentazioni di Andrea Core (Insieme possiamo) che, nell’illustrare il documento, ne sottolinea il valore politico. «Qui non rappresentiamo gli interessi corporativi», scandisce, «ma quelli collettivi della città». Per il capogruppo del Pd Luca Pilotti oltre alla doverosa difesa del territorio ci sono aspetti giuridici a rendere necessaria quanto meno una sospensione della procedura di accorpamento. «È in corso il giudizio della Corte costituzionale sulla legittimità della norma che avvia le fusioni», osserva, «e andrebbe atteso il suo esito prima della decisione definitiva». Voci a sostegno dell’ordine del giorno arrivano anche dai banchi dell’opposizione. «L’accorpamento nasce da un accordo tra le parti sottoscritto nel 2016», ricorda Giovanni Cavallari (Bella Teramo), «non è in nostro potere fermarlo, ma non possiamo neppure permetterci di perdere altri presidi istituzionali ed economici». Anche Graziano Ciapanna, del gruppo di Mauro Di Dalmazio, ribadisce l’esigenza di far restare in città la sede dell’ente camerale ma richiama anche la necessità di iniziative per il rilancio economico del territorio. Il sindaco Gianguido D’Alberto chiarisce che il documento «non vuole sovrapporsi alle decisioni e all’autonomia di altri enti, ma risponde al dovere di indicare un chiaro indirizzo politico».
RESTANO DUBBI. Queste argomentazioni, comunque, non convincono del tutto l’opposizione di centrodestra. Il documento proposto è definito da Maurizio Salvi (Futuro in) un «atto contrario alla volontà già espressa dalla stragrande maggioranza degli associati» favorevoli alla fusione. A detta del consigliere, inoltre, «la pari dignità è garantita e in ogni caso il nuovo consiglio camerale sarà composto al 55% da teramani, per cui L’Aquila non potrà imporre nulla». Mario Cozzi, invece, polemizza con l’assessore alla cultura Luigi Ponziani sulla difesa del territorio. «Il responsabile della pinacoteca non è un teramano», afferma, «e tre dei quattro esperti per il laboratorio Arca provengono da fuori città».
NO ALLE DIMISSIONI. I gruppi di centrodestra scelgono di astenersi al momento del voto, mentre il grillino Ivan Verzilli propone un emendamento, da cui si dissocia la capogruppo Pina Ciammariconi, in cui invoca l’uscita di scena dei vertici della Camera di commercio e delle associazioni che si sono espressi a favore dell’accorpamento. Per la maggioranza la richiesta di dimissioni è eccessiva e dunque non se ne fa nulla. Rimane il testo di partenza su cui il centrodestra e Ciammariconi si astengono, mentre Verzilli non partecipa al voto. I grillini in serata chiariscono che la loro posizione è «frutto di una lettura politica» per la quale attribuiscono al Pd la piena responsabilità dello scippo della Camera di commercio.
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