Campitelli: ecco come Teramo reggerà la serie B

Il patron deve trovare due milioni e mezzo, sta creando la struttura per farlo e conta sull’aiuto del territorio sotto forma di sponsorizzazioni e incassi
TERAMO. C’è chi si chiede se davvero il Teramo andrà in B (pochi, perché ormai ci credono quasi tutti); c’è chi si chiede quando arriverà la certezza della promozione (la maggior parte); e c’è anche chi, guardando più lontano, si fa altre domande. Quanti soldi costa un campionato di B? Quanti in più rispetto al campionato di quest’anno in Lega Pro? La società del patron Campitelli ce la farà a restare nella seconda categoria nazionale? E dove troverà i denari necessari?
L’articolo che state leggendo prova a dare queste risposte, basandosi su fonti indirette appartenenti al mondo del calcio e sulle parole dello stesso Luciano Campitelli. Il quale, intanto, rivela che l’effetto B, a livello economico, è già cominciato. «Negli ultimi giorni il mio telefono bolle. Avrò ricevuto quaranta chiamate da imprenditori della provincia e anche di province limitrofe», dice, «che vogliono darmi una mano. È una cosa bellissima, così come è bellissimo aver visto allo stadio nelle ultime partite gente della provincia. Gente di Nereto, della Val Vomano, di Atri, della costa...».
Come leggete nella tabella sopra, il budget attuale del Teramo è di due milioni e 800mila euro. Non tra i più importanti della Lega Pro – a quanto pare nel girone B almeno tre società hanno speso di più – ma comunque importante. In serie B questo budget andrebbe a raddoppiarsi. «Ci vogliono almeno cinque milioni, sotto questa cifra la B non si fa», conferma Campitelli. Attenzione, però: andare in B significa ricevere una fetta della grossa torta dei diritti televisivi. Addetti ai lavori ci dicono che una neopromossa intasca tre milioni e 700mila euro. Considerato che il Teramo, vincendo il campionato di quest’anno, dovrebbe versare alla Lega Pro 500mila euro l’anno per i prossimi tre anni (sarebbero 750mila se dovesse andare in B attraverso i play off), gli resterebbero come base di partenza tre milioni e 200mila euro. Per arrivare a un budget competitivo (almeno cinque milioni e mezzo) Campitelli deve dunque trovare circa due milioni e mezzo di euro. Considerato che al momento, tra sponsor e incassi, nelle casse del Teramo entra un milione e 650mila euro, la domanda sorge spontanea: ce la farà?
«Campitelli ce la fa», replica il patron parlando di sé in terza persona, «perché ha non solo la passione ma anche la forza per farlo. Io sono bravo a fare il mio lavoro. Sto creando una struttura di gestione, marketing e comunicazione in grado di aumentare gli introiti della società. Peraltro se andiamo in B io farò il presidente quasi a tempo pieno, l’azienda la metterò in mano alle mie figlie e ad Ercole (il cugino Cimini, ndr) e le lascerò il cinque per cento del mio tempo».
Ecco, l’azienda. I dolci della “Sapori veri” – 22 milioni di fatturato, 160 dipendenti – non stanno risentendo della crisi? «La crisi ci ha colpito, ma noi veniamo da zero e ci siamo rimboccati le maniche lavorando di più per affrontarla. Siamo solidi e di sicuro io non farò crollare la mia azienda per il calcio».
Tornando alla B... «Trovare questi due milioni e mezzo di euro è la mia scommessa, ci lavorerò. Ci vuole, intanto, un settore giovanile forte per creare delle plusvalenze. Le sponsorizzazioni aumenteranno e conto ovviamente sul pubblico. Abbiamo bisogno di una media di tremila spettatori, che farebbero 5-600mila euro d’incasso a stagione. Diventa indispensabile, ognuno deve fare la propria parte».
Ok. Ma, passato l’attuale momento d’entusiasmo, la piazza saprà garantire a Campitelli certi introiti? «Se arriverà questa cosa», replica il presidente, «vi dico che Teramo se la terrà ben stretta, anche perché la città è stata scottata dalla perdita del basket. Questi sono momenti storici, sono treni che passano una volta sola. I teramani lo sanno e le telefonate di imprenditori che sto ricevendo in questi giorni lo dimostrano. Io vi dico che la serie B non porterà solo entusiasmo alla città, ma anche un po’ più di benessere. Proprio come avvenne con il Mondiale dell’82, quando il Pil italiano crebbe di un punto».
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