Caporalato, ora l’imprenditore esce dal carcere per i domiciliari

L’uomo va a casa con il braccialetto elettronico dopo quattro mesi nel penitenziario di Castrogno Accolta la richiesta della difesa, a gennaio la prossima udienza del processo per lui e la madre
TERAMO. A raccontare per sempre il caso, qualsiasi epilogo giudiziario possa avere, resterà l’immagine di quella vecchia roulotte rovente d’estate e gelida d’inverno diventata alloggio di un uomo.
A quattro mesi dalle prime misure cautelari e a pochi giorni dall’apertura del processo con il giudizio immediato per mamma e figlio imprenditori agricoli indagati per un presunto caso di caporalato ai danni di un migrante marocchino, il 25enne Marco Di Francesco lascia il carcere per gli arresti domiciliari con il braccialetto elettronico. La giudice Claudia Di Valerio ha accolto la richiesta presentata dal legale dell’uomo, l’avvocato Lidia Serroni. Ai domiciliari c’è anche la donna, la 50enne Nicoletta Di Fabio, titolare dell’azienda agricola di Sant’Atto ma con un altro lavoro (assistita dall’avvocato Franco Patella). Il figlio è gestore di fatto dell’attività. I due sono indagati per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro con violazione dei contratti nazionali e delle norme sulla sicurezza del lavoro. Le indagini dei carabinieri del Nil, il nucleo ispettorato del lavoro, sono scattate dopo la denuncia del migrante che ha raccontato di aver lavorato per quindici ore al giorno per circa un anno occupandosi di un allevamento di vitelli e alloggiando nella roulotte senza corrente elettrica e servizi igienici.Tutto per 500 euro al mese. Ha raccontato di aver risposto a un annuncio su Facebook in cui l’azienda agricola teramana offriva salario, vitto e alloggio per occuparsi della gestione degli animali di una stalla di giorno e per fare da guardiano alla stalla di notte. Nel giugno dell’anno scorso è arrivato a Teramo e da allora, da clandestino, ha vissuto nella roulotte vicino alla stalla. «Io non ho obbligato nessuno a stare in quella roulotte», così l’imprenditore ha replicato alle accuse rispondendo alle domande del giudice nel corso dell’interrogatorio di garanzia, «avevo preparato un alloggio per il lavoratore. Io non ho sfruttato nessuno. Mangiava con noi, mia madre preparava i pasti per noi della famiglia e per lui. Poteva lavarsi nel bagno di casa quando voleva. Si occupava solo della gestione dei vitelli e non dei maiali perché di religione musulmana». Accuse a figlio e mamma che il migrante, ora ospite di una comunità protetta, ha confermato nel corso di un incidente probatorio che si è svolto nei primi giorni di settembre davanti al gip Roberto Veneziano.
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