Carabiniere ucciso, confermati i 20 anni

30 Aprile 2015

La Cassazione respinge il ricorso per Matteo Gorelli: massacrò a bastonate l’appuntato Santarelli

TERAMO. Il sigillo della Cassazione arriva poco prima delle 22 di ieri: i giudici della seconda sezione confermano la condanna a 20 anni per Matteo Gorelli, il ragazzo accusato di aver massacrato con un palo di legno l’appuntato dei carabinieri Antonio Santarelli dopo essere stato fermato per un controllo al termine di un rave party. Gli ermellini hanno respinto sia il ricorso presentato dalla difesa del giovane, che all’epoca dei fatti aveva 19 anni, sia quello del ministero della Difesa che aveva impugnato l’applicabilità delle attenuanti generiche.

In primo grado, infatti, Gorelli era stato condannato all’ergastolo, ma nel 2013 la Corte d’assise d’appello di Firenze aveva annullato il carcere a vita riconoscendo al giovane le attenuanti generiche e condannandolo a 20 anni. Gorelli, dichiarato capace di intendere e di volere al momento del fatto, attualmente si trova nella comunità Exodus. La vicenda di Santarelli, morto dopo quasi un anno di coma a seguito di un’aggressione subita durante il servizio, ha commosso l’Italia. L’episodio si verificò il 25 aprile del 2011 a Pitigliano, in provincia di Grosseto, mentre Santarelli, originario di Guardia Vomano, stava effettuando un posto di blocco stradale insieme al collega Domenico Marino. In quella zona la notte precedente si era consumato un rave- party. L’automobile fermata era occupata da quattro ragazzi (tre dei quali minorenni) reduci dalla festa. Il guidatore risultò positivo all’alcoltest. Durante la successiva stesura del verbale i carabinieri vennero aggrediti dai giovani, i quali provocarono loro gravi ferite utilizzando un grosso palo di legno di una recinzione. Marino dopo l’aggressione perse l’occhio destro. Antonio Santarelli da quel giorno rimase in coma e morì l’11 maggio 2012.

Nel processo si sono costituiti parte civile la moglie del militare, la madre e i fratelli, quest’ultimi rappresentati dall’ avvocato Pietro Palozzo. «Il pronunciamento della Cassazione», dice l’avvocato Palozzo, «consegna un po’ di serenità alla madre e ai fratelli». Ma la storia drammatica della morte di Santarelli è anche una storia di perdono. Come quello di Claudia Francardi, la vedova del carabiniere, che in questi anni ha incontrato Irene Sisi, la mamma di Gorelli e, in varie occasioni, anche lo stesso Matteo. Insieme le due donne hanno partecipato ad iniziative e convegni per raccontare il dolore, da una parte e dall’altra. Hanno dato vita a un’associazione battezzata “Amicainoabele”, concentrando in un’unica parola il concetto di amore e amicizia, vittima e carnefice. «Antonio amava la bontà e praticava la giustizia», ha raccontato la vedova di Santarelli in un incontro a Roseto, «faceva questo anche nella forma più alta che è la virtù cristiana. Il giorno dell’aggressione avrebbe voluto dire a Matteo: “Devi cambiare vita”, ma non ne ha avuto il tempo».(d.p.)

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