Carcere, donna bloccata con l’hascisc per il marito

19 Maggio 2024

La droga negli slip, scoperti anche tre telefoni cellulari destinati ai detenuti Il sindacato Sappe: «Situazione sempre più difficile, gli agenti sono pochi»

TERAMO. L’allarme è nei numeri che non danno tregua tra pochi agenti di polizia e detenuti sempre in aumento nel carcere di Castrogno. E se questo non bastasse ci sono le emergenze ormai quotidiane che si ripetono come i telefonini e la droga fatta arrivare ai detenuti.
È successo di nuovo, probabilmente avverrà ancora. Nel carcere teramano in una settimana hanno fatto entrare tre telefonini destinati ai detenuti e una donna è stata bloccata con quaranta grammi di hascisc nascosti negli slip. La droga era destinata al marito che avrebbe dovuto incontrare nel settimanale colloquio. La denuncia arriva da Giuseppe Pallini, segretario provinciale del Sappe, che scrive: «Questa settimana, a seguito di incensante attività investigativa, sono stati rinvenuti tre cellulari smartphone all’interno di celle e venerdì , è stata bloccata una donna italiana mentre tentava di introdurre 40 grammi di hascisc all’interno del carcere da destinare al marito detenuto in occasione del colloquio. Tutti i responsabili sono stati denunciati. Il Sappe si complimenta con il personale di polizia penitenziaria teramano che, nonostante le tante quotidiane criticità, porta avanti in maniera indefessa la legalità all’interno del carcere di Castrogno».Sul caso teramano interviene nuovamente il segretario generale del Sappe Donato Capece. «Il problema dell’introduzione di droga e telefoni in carcere è noto e conosciamo bene la sua portata che, al giorno d’oggi è davvero significativa e continua a crescere giorno dopo giorno», dice, «in particolare, per quanto concerne i telefonini ci preoccupa non solo il loro utilizzo per scopi illeciti all’esterno del carcere, come più volte riscontrato nelle attività di indagine che vengono svolte quotidianamente nei penitenziari e sul territorio nazionale, ma anche il vero e proprio commercio che è presente all’interno delle mura dove uno smartphone ceduto tra detenuti moltiplica vertiginosamente il proprio valore, diventando fonte di ingenti guadagni illeciti per chi riesce a gestirne il commercio». Il leader del Sappe ricorda che «dal 2020, introdurre un cellulare in carcere è un reato punibile con una pena che va da uno a quattro anni, ma il continuo aumento dei sequestri dimostra che non è un deterrente sufficiente ad arginare il fenomeno. A nostro avviso servono interventi concreti finalizzati ad attualizzare il concetto della pena e della sua esecuzione ai giorni nostri, alle tecnologie di oggi e all’attuale realtà penitenziaria».(d.p.)
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