Case Ater, la rabbia degli sfollati «Moriremo prima di rientrare»

L’appello di una famiglia d’inquilini e di una coppia di proprietari: «Fate partire i lavori, gli alloggi si stanno rovinando». La presidente Ceci: «Apriremo presto altri cantieri, stiamo facendo il massimo»
TERAMO. Sarà anche vero che il quadro normativo sulla ricostruzione post-sisma, grazie alle battaglie dei sindaci e all’avvento di Giovanni Legnini come commissario, è molto migliorato. Ma, al momento, per chi viveva nelle case popolari di Teramo rese inagibili dalle scosse, nulla è cambiato rispetto a prima. È solo aumentata, mese dopo mese, l’esasperazione di non veder partire i cantieri. La nostra redazione ha raccolto due testimonianze di questo sempre più diffuso sentimento di rabbia e frustrazione.
GLI INQUILINI. Ha 88 anni, la moglie 80 e un figlio di 51 anni disabile. Il suo sogno è rientrare in casa prima di morire, soprattutto per lasciare un tetto sicuro al figlio. È A.F., inquilino di una casa Ater in via Spadaro 4. La casa, che tiene a precisare l’anziano inquilino non ha danni, perlomeno evidenti, è stata dichiarata inagibile dopo il terremoto del 2016. Da allora i tre sono a casa dell’altro figlio, in una sistemazione di fortuna. «Sono fuori casa ormai da quattro anni, poco tempo fa ci sono rientrato e si sta deteriorando, è un peccato perché l’avevamo sistemata proprio bene», racconta A.F., «mi dispiace vederla rovinarsi. Io temo che ormai non ci rientrerò più, è un dolore. Ma soprattutto temo per mio figlio: se continua così, dopo la mia morte non avrà una casa dove stare. Faccio un appello all’Ater: fate partire i lavori, date a noi, ma anche agli altri inquilini, la possibilità di rientrare nelle nostre abitazioni».
I PROPRIETARI. Forse ancor più degli inquilini, a soffrire i ritardi della ricostruzione sono coloro che con i propri sacrifici sono riusciti ad acquistare gli alloggi popolari in cui vivevano. È il caso dei coniugi R.D.T. e P.G., proprietari di un appartamento in un condominio Ater di via Giovanni XXIII, a Colleatterrato Basso, reso inagibile dal terremoto del 2016. «Stavamo lì dall’82», raccontano, «e abbiamo acquistato l’alloggio nel 2003. Nel dicembre del 2016, quasi due mesi dopo la scossa di fine ottobre, due giovani ingegneri mandati dalla Protezione civile hanno classificato il palazzo “E” anche se al secondo e al terzo piano, dove stiamo noi, non c’era neanche una lesione. Dopo essere stati per qualche mese da nostro figlio abbiamo aggiustato un appartamento di proprietà in via Tevere e siamo andati lì». Vista da fuori, è evidentemente una situazione più fortunata di quella di tanti che hanno dovuto vivere anni in albergo e ora hanno dovuto accettare alloggi temporanei in zone magari poco gradite. Ma R. e P., d’altro canto, non hanno fatto spendere un euro allo Stato per l’autonoma sistemazione e sono a ragione molto arrabbiati per l’abbandono in cui giace il proprio bene. «Siamo stati lì giorni fa», dicono, «a prendere degli abiti e abbiamo constatato con rabbia il degrado che sta rovinando la casa. A parte la vegetazione e la sporcizia, si sono create evidenti infiltrazioni d’acqua. Abbiamo anche pensato di rivendere la casa all’Ater, che poteva avvalersi del diritto di prelazione, ma ci hanno risposto che avremmo dovuto ridare il 10 per cento del valore catastale più l’Iva e i diritti di procedura. Allo stato attuale, insomma, vendere è impossibile. L’Ater neanche ci riceve, abbiamo chiesto invano di parlare con la presidente per avere chiarimenti sui tempi della ricostruzione. Chi ci risponde non sa dire altro che “ci vuole tempo” o “spetta tutto all’Ufficio speciale”. Da quello che sappiamo, per l’edificio dove abitavamo è stato stanziato un milione e 700mila euro. Ma al momento devono ancora fare il bando per la progettazione, e poi si dovrà fare un altro bando di gara per i lavori. Passerà, insomma, ancora almeno un anno e mezzo e intanto, nonostante il danno economico doppio che abbiamo avuto perdendo la prima casa e non potendo dare in affitto la seconda, in via Tevere dobbiamo pagare Imu e Tari per intero. Tutto questo è intollerabile».
L’ATER. Il presidente dell’Ater, Maria Ceci, spiega qual è la situazione per i due immobili e per i tanti altri nelle stesse condizioni. «Sono casi in cui la proprietà è cosiddetta “mista”, in parte gli alloggi sono pubblici ma ci sono anche i privati. In questo caso ci sono due procedimenti paralleli: l’ente pubblico deve rispettare certe regole, mentre il privato è più libero. L’ostacolo è che i nostri provvedimenti sono sottoposti a controlli stringenti, come d’altronde è giusto che sia. Comunque sia anche per questa tipologia di immobili è stata avviata la procedura, che è all’analisi dell’Usr». Più in generale Ceci annuncia che, oltre al primo cantiere già partito in via Adamoli, conta di aprirne altri «al massimo fra un mese. Stiamo rispettando la nostra calendarizzazione nonostante l’esiguità di risorse umane, che peraltro si è aggravata visto che dal 1° ottobre è andato in pensione il dirigente tecnico. Recentemente si è concluso un avviso pubblico per la costituzione di un elenco di figure di supporto ai Rup (responsabili unici del procedimento, ndr), figure importanti perchè vanno ad affiancare i nostri funzionari, senza costi aggiuntivi per l’ente in quanto rientreranno nei quadri economici delle assegnazioni di sisma. Questo dovrebbe accelerare le procedure, anche quelle dei due condominii di cui parliamo. Siamo consapevoli dell’importanza della ricostruzione, per noi è una sfida».(d.v.-a.f.)
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