«Ci hanno traditi dopo una vita di lavoro»

9 Settembre 2018

Le storie dei 53 dipendenti, di cui 37 part-time, tutte donne. «Impossibile trasferirsi con 900 euro»

TERAMO. Dietro ai numero ci sono le storie. Ognuno dei 53 dipendenti vive in maniera differente la possibile chiusura. Così come le 9 persone che a vario titolo lavorano negli esercizi commerciali all’ingresso dell’ipermercato. Ma tutti hanno una cosa in comune: si sentono traditi.
Giovanna Cavo è una delle dipendenti “storiche”: «Sono stata assunta il 1° giugno 1988, allora la sede era qui vicino dove ora c’è Brico e il supermercato si chiamava Mega, poi è diventato Ipersidis e poi nel 1995 ha aperto qui con il nome di Cityper. Noi siamo entrate ragazzine e qui siamo maturate professionalmente e umanamente. Penso che l’abbiamo voluto chiudere, non hanno fatto le scelte giuste per far si che ci potessimo riprendere».
Su 53 dipendenti ci sono 37 part time, tutte donne. Per loro la prospettiva di trasferimento in uno dei punti vendita da Forlì a Pescara è una presa in giro. Con 900 euro al mese è impossibile vivere fuori casa. E poi c’è la famiglia. Tutti i lavoratori sono concordi che è un escamotage del gruppo per evitare un licenziamento collettivo che ai lavoratori porterebbe 24 mesi di Naspi ma all’azienda costerebbe bei soldi.
«Sono stata assunta a 19 anni quando si chiamava Ipersidis. Questo lavoro è l’unico mio sostegno familiare», spiega Barbara Di Provvido, «ho due figli e uno è invalido, mio marito aveva un lavoro indipendente che ora ha perso. Ho un mutuo e una macchina da pagare. Per me sarebbe difficile andare anche a lavorare a Silvi, con un figlio che devo portare a fare le terapie a Casalena e a Montorio. Ma voglio pensare positivo».
«Non dimenticherò mai la scena in cui mercoledì scorso sono entrati e hanno letto un foglietto in cui dicevano che il 30 settembre si chiederà. Poche scarne parole per mettere fine a un rapporto di decenni», racconta Rosalia Giustiniani, «mio marito ha un contratto a tempo determinato e io mi ritroverò senza lavoro e senza Naspi. Con un figlio che fra una settimana parte per andare all’università a Ferrara: come faccio? Come gli pago la stanza, come gli pago le tasse universitarie? Come mantengo l’altro mio figlio? Io voglio guardare al futuro con speranza. Ma mi sento tradita. Io, come molti miei colleghi, sono venuta a lavorare a piedi quando c’era la neve pur di garantire il servizio. Così con il terremoto. E ora veniamo scaricati». (a.f.)
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