Cibo, in Abruzzo una famiglia ne butta un chilo a settimana

21 Novembre 2019

TERAMO. Lo spreco alimentare esiste e interessa soprattutto le famiglie. E’ uno degli spunti di Demetra, il progetto portato avanti da tre anni dall’istituto zooprofilattico per studiare la...

TERAMO. Lo spreco alimentare esiste e interessa soprattutto le famiglie. E’ uno degli spunti di Demetra, il progetto portato avanti da tre anni dall’istituto zooprofilattico per studiare la propensione allo spreco in Abruzzo e Molise.
Demetra (l’acronimo di Distribuzione Equilibrata delle risorse alimentari attraverso un METodo perla Riduzione degli sprechi e la solidarietà sociAle sostenibile) è un progetto triennale finanziato con 249mila euro dal ministero della Salute ed è iniziato nel 2016. «I dati della Fao ci dicono che nel mondo 800 milioni di persone sono denutrite e che ogni anno muoiono 3 milioni di bambini per le conseguenze cliniche prodotte dalla fame, numeri impressionanti che ci impongono una riflessione seria e un deciso cambio di rotta», ha dichiarato il direttore generale Nicola D’Alterio, «anche perché contestualmente quasi un terzo della produzione mondiale, parliamo di 1,3 miliardi di tonnellate di cibo, finisce in discarica. La metà del cibo viene sprecato tra le mura domestiche». D’Alterio sottolinea che il progetto ha coinvolto diverse figure, dai veterinari ai sociologi, ai produttori e distributori di alimenti, alle associazioni caritatevoli (Caritas e Banco alimentare), con cui si può stabilire un protocollo per reimpiegare il cibo in una catena di solidarietà.
Il questionario somministrato nelle scuole superiori abruzzesi e molisane dà uno spaccato di quanto accade nelle case. Anche se «non esiste solo lo spreco in famiglia, che è economico e impatta sulla famiglia stessa, ma ne esiste uno anche a livello di produzione che va a impattare sull'ambiente», spiega Lejla Valerii in servizio al reparto formazione dell’Izs diretto da Barbara Alessandrini, responsabile scientifico del progetto. E dal sondaggio che ha coinvolto 192 studenti, e quindi famiglie, risulta – l’analisi dei dati è di Paolo Calistri dirigente del reparto epidemiologia – che l'oggetto di maggior spreco al 42% è la frutta scartata perchè alterata, mentre vengono buttati perchè scaduti il 30,5% latte e latticini. Fra i cibi cucinati, buttati il 16,8% fra pasta e riso e il 34,1% delle pietanze. Ogni settimana vengono buttati 935,85 grammi di cibo.
Molti alimenti potrebbero essere reimpiegati dalle associazioni caritatevoli. Uno studio al riguardo l’ha eseguito Francesco Pomilio, dirigente dell’Igiene e tecnologie degli alimenti all’Izs «per verificare la stabilità degli alimenti nel tempo. Buona parte degli alimenti somministrati cotti, nei supermercati, dura un giorno. Sono deteriorabili e per vedere quali sono i possibili usi bisogna verificare la stabilità microbiologica in caso di conservazione prolungata dopo l'acquisto». La verifica è stata fatta su due cibi particolarmente “sensibili”, insalata di riso e arrosto tacchino in gelatina, e su come e quando si sviluppa la Listeria monocytogenes. Per la cronaca: il riso è risultato più stabile del tacchino, per cui è consigliabile effettuare trattamenti come la surgelazione. «Tutti i risultati del progetto sono sintetizzati nella Carta di Demetra che a breve sarà pubblicata on line per la sottoscrizione da parte della collettività», annuncia Silvia D’Albenzio della Formazione e progettazione dell’Izs. (a.f.)
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