Cirsu, perdite nascoste nel bilancio 2014
Lo dicono i giudici d’appello nella sentenza che ha respinto il ricorso dei sindaci contro il fallimento
TERAMO. Il Cirsu non è assimilabile a una società “in house”, quindi a un ente pubblico non soggetto a fallimento; ha uno stato di insolvenza conclamato, nonostante gli artifici contabili degli amministratori; l’ammontare dei debiti nei confronti dei creditori, in primis l’Aia, è esattamente quello individuati dal tribunale di Teramo, benché contestato dagli stessi amministratori. Sono questi, in estrema sintesi, i cardini della sentenza con cui la corte d’appello dell’Aquila (presidente Giuseppe Iannaccone, consiglieri Giampiero Fiore e Francesco Filocamo) ha respinto il ricorso contro il fallimento presentato dai sindaci dei sei Comuni consorziati e dallo stesso Cirsu.
Osserva la corte che il Cirsu ha solo uno dei tre requisiti fondamentali per definire una società in house, cioè quello della totalità del patrimonio in mano pubblica. Mancano però gli altri due e cioè il cosiddetto “controllo analogo” (che si verifica solo se gli amministratori sono dei meri esecutori degli ordini impartiti dai Comuni,mentre invece, secondo la corte, avevano ampia autonomia decisionale, nei fatti e per statuto) e l’attività prevalente a favore dei sei Comuni consorziati, altra condizione non verificata nel momento in cui il Cirsu ha svolto attività economicamente rilevante anche per altri enti.
Per quanto riguarda lo stato di insolvenza, il ricorso dei sindaci è stato respinto perché secondo la corte d’appello, così come per il tribunale, il Cirsu no era in grado di rimborsare gli oltre 32 milioni di euro pretesi dai creditori, che non erano sta in parte già pagati come aveva affermato il Cirsu opponendosi al fallimento. C’erano stati sì degli accordi con alcuni di loro, ma i relativi documenti, osserva ancora la corte, sono stati presentati tardivamente dal Cirsu, che in tal caso non ha certo brillato per efficienza e tempestività.
La sentenza dedica ampio spazio anche al cosiddetto accollo da parte del Csa (il consorzio aquilano che gestisce gli impianti) di parte dei debiti del Cirsu. «Il pagamento effettuato dal Csa», dicono i giudici, «è stato eseguito con una provvista destinata alla società fallita»; in altri termini, il Csa ha usato soldi che doveva già dare al Cirsu per altri motivi e quindi, di fatto, il debito non è stato abbattuto. Un’ampia notazione viene riservata anche alla redazione del bilancio 2014, nel quale si contesta la contabilizzazione di alcune rivalutazioni – «chissà perché mai confluite tra gli utili di esercizio, in violazione di ogni buona tecnica contabile» – che sarebbero state fatte al solo scopo di nascondere «lo stato di irreversibile decozione del Cirsu, che manifestamente non è in grado, nonostante ogni disperato tentativo, anche ai limiti delle regole contabili (e forse anche oltre) di assicurare l’equilibrio di bilancio. (e.a.)
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