Cittadinanze ai sudamericani: impiegato assolto dopo 8 anni

Il fatto non sussiste per ex ufficiale di stato civile del Comune di Notaresco accusato di falso ideologico Il giudice: «Un lacunoso compendio probatorio». L’avvocato: «Riabilitato dopo un calvario giudiziario»
TERAMO. I tempi (lunghi) della giustizia non sono mai quelli della vita reale. Dopo otto anni trascorsi tra stralci, procedimenti passati da un giudice all’altro e lo stop imposto dalla pandemia, una sentenza di primo grado ha stabilito che non c’è stata falsità ideologica e che Dino Berardo Di Martino, 63enne all’epoca dei fatti ufficiale dello stato civile del Comune di Notaresco e oggi in pensione, non ha commesso nessun reato.
Il caso è quello delle presunte false cittadinanze a sudamericani, in particolare brasiliani, nei territori di Roseto, Pineto, Notaresco e Castellalto che nel 2015 diventò un caso nazionale con la maxi inchiesta con 25 indagati tra funzionari di stato civile, vigili urbani, titolari di agenzie di pratiche amministrative e stranieri. Nel 2021 in 24 sono stati prosciolti dall’accusa di abuso d’ufficio, nella forma in cui era stato contestato, cancellato dall’allora riforma e quindi irrilevante da un punto di vista penale, e da quella della falsità ideologica non ritenuta sussistente. Per Di Martino all’epoca la Procura aveva fatto richiesta di misura di sospensione respinta dal giudice. L'inchiesta era scattata nel 2015 e secondo l’accusa della Procura avrebbe fatto emergere come 690 cittadinanze, richieste nei quattro comuni dal 2015 al 2017 da altrettanti cittadini soprattutto brasiliani che vantavano avi italiani, fossero state rilasciate senza i relativi presupposti. Un vero e proprio business, sempre secondo la Procura, organizzato dalle agenzie di intermediazione per velocizzare le pratiche relative all'ottenimento della cittadinanza attraverso un giro di residenze fittizie. Nel corso del processo a Di Martino è stata acquisita la testimonianza di un poliziotto all’epoca dei fatti in servizio alla questura teramana e che, insieme ai colleghi, aveva portato avanti l’indagine. «Quanto sinora esposto», scrive nella motivazione della sentenza la giudice Claudia Di Valerio riferendosi alla testimonianza, «costituisce il risultato probatorio dell’unica fonte di prova addotta a sostegno dell’accusa. Tale essendo lo scarno, lacunoso compendio probatorio in atti, non è consentito inferirne la sussistenza delle condotte di falsità ideologica attribuite all’imputato, in difetto di qualsivoglia accertamento in ordine al contributo fornito al meccanismo sopra delineato. Si impone, pertanto, l’esito assolutorio».
La formula dell’assoluzione è quella più ampia del fatto non sussiste. Di Martino è stato assistito dall’avvocato Daniele Di Furia che così commenta: «Dopo un lungo calvario giudiziario e la gogna sociale che per sua natura segue, la giustizia ha finalmente riabilitato il mio assistito».
©RIPRODUZIONE RISERVATA

