«Colpa del clima e degli errori dell’uomo»

Per il geologo Adamoli l’alternanza di siccità e piogge rende i terreni instabili e poi si costruisce ovunque
TERAMO. «Le calamità naturali non esistono, sono un alibi per dire che non potevamo farci nulla». Non è una provocazione ma un’analisi dell’emergenza frane che sta martoriando il territorio animata dal rigore scientifico. La previsione di Leo Adamoli, ex assesore comunale e tra i responsabili della Società geologica italiana, la più antica istituzione che studia assetti e rischi idrogeologici, è impietosa. «Non è finita qua», premette, «perchè i fenomeni franosi sono in evoluzione e fino a quando ci saranno le condizioni, con piogge e scioglimento della neve, andrà anche peggio». C'è poco di che rassicurarsi, insomma, sperando che la fase più brutta sia passata e soprattutto non ha senso gridare alla fatalità. «Tutto questo non è casuale o occasionale», spiega il geologo, «si tratta di eventi naturali che devono esserci e dipendono da condizioni geologiche».
Il terreno non riesce ad assorbire la pioggia che cade con concentrazioni maggiori diverse al passato e frana. Colpa dei mutamenti climatici, ma anche questa è una giustificazione isufficiente. «La quantità di pioggia non è aumentata rispetto al passato», fa notare Adamoli, «è cambiato il regime delle precipitazioni: a lunghi periodi di siccità che creano fessurazioni nel terreno si alternano periodi di piogge intense in cui l’acqua penetra nelle fenditure e determina i fenomeni franosi». Conseguenze forse non prevedibili mezzo secolo fa e oltre quando sono stati costruiti case e borghi lungo i crinali di colline e montagne apparentemente immobili. Non basta questo, però, a spiegare l'emergenza avvolgendola di quell'alone di fatalità che Adamoli aborrisce. «Ci sono le colpe dell’uomo», osserva, «e sono notevolissime». La responsabilità più grave è considerare, anche attualmente nonostante i progressi scientifici in materia, il territorio come qualcosa di statico, immutabile. «Si pensa che un fiume o un versante montuoso non si sposterà mai perché è sempre stato lì nei decenni passati», osserva Adamoli, «così si è costruito ovunque senza tenere conto della morfologia e delle mutevoli condizioni geologiche».
Lo studio del terreno, la conoscenza storica del terreno sono dunque fondamentali per prevenire le calamità e affrontare le emergenze come quella in corso. «È tutto prevedibile», spiega Adamoli, «ma serve una visione quadrimensionale del territorio che allo studio sulle tre dimensioni classiche aggiunga la quarta: il tempo». I soli sondaggi più o meno a campione in un’area, insomma, non sono sufficienti per un’analisi geologica approfondita. «Bisogna conoscere il terreno, la sua storia», insiste il geologo, «e osservare le dinamiche in atto per prevedere le evoluzioni future». C'è bisogno, insomma, di un approccio diverso allo studio del terrotorio e dei suoi mutamenti. Per questo Adamoli ha firmato una proposta di legge che istituisce il Servizio geologico regionale. «In Abruzzo sono in atto 1.300 frane», chiarisce, «e a differenza di altre regioni non abbiamo ancora una struttura di coordinamento che indichi le priorità e orienti gli interventi senza affidarsi a soluzioni estemporanee». Adamoli ha consegnato il disegno di legge qualche mese fa al governatore Luciano D'Alfonso: «Sto aspettando una risposta, ma non so se arriverà».
Gennaro Della Monica
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