condannato a morte in thailandia

TERAMO. Dimenticati e senza diritti. Catapultati nell’ inferno quotidiano di celle sporche e sovraffolate, persi nell’anonimato di protocolli internazionali sempre più difficili da applicare. «Denis...
TERAMO. Dimenticati e senza diritti. Catapultati nell’ inferno quotidiano di celle sporche e sovraffolate, persi nell’anonimato di protocolli internazionali sempre più difficili da applicare. «Denis Cavatassi come altri tremila italiani detenuti all’estero senza alcuna tutela dei diritti umani» dice Luigi Manconi, presidente della commissione per la tutela dei diritti umani che sollecita l’intervento urgente del Governo italiano per il 50enne imprenditore tortoretano condannato a morte in Thailandia. «Farnesina e Governo facciano pressione sulle autorità thailandesi» chiede il senatore Pd.
Lo fa nella conferenza stampa svoltasi ieri a Palazzo Madama in cui i fratelli dell’imprenditore teramano affidano alle lettere del familiare tutta l’angoscia di chi chiede aiuto. Sono Adriano e Romina Cavatassi, accompagnati dall'avvocato Alessandra Ballerini e da Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia. Cavatassi è stato condannato a morte e rinchiuso nelle carceri thailandesi con l'accusa di essere il mandante dell'omicidio del suo socio, Luciano Butti, ucciso nel 2011 a Pukhet dove entrambi avevano un'attività di ristorazione. Ora, dopo due sentenze, si attende il pronunciamento della Corte Suprema. «Denis si è sempre dichiarato innocente», dice il legale Ballerini, « è stato posto in stato di fermo senza avere diritto a un avvocato, senza un traduttore, senza nessun rappresentante dell'ambasciata». Il caso, denuncia l'avvocato, «non è stato approfondito, non ci sono testimoni oculari, né riscontri di tabulati telefonici. Cavatassi è stato accusato di essere il mandante dell'assassinio senza nessun movente». Per Manconi «nessuna indagine minimamente adeguata è stata finora realizzata». Rilasciato su cauzione dopo il primo fermo, Cavatassi, fanno notare i familiari, poteva scappare. «Ma non l'ha fatto perché ha aspettato il processo convinto di un'assoluzione», dice il fratello Adriano, l'unico ad averlo visto dopo il fermo nel carcere di Phuket, «varcando le porte del penitenziario in cui è stato rinchiuso la prima volta ho visto persone al limite della sopravvivenza, colpite da scabbia».
Un caso, quello di Cavatassi, che non è isolato. Lo ribadiscono in conferenza stampa quelli dell’Associazione prigionieri del silenzio (onlus che si occupa di italiani detenuti all'estero) e la stessa Amnesty International. «In Thailandia, ricorda il presidente di Amnesty Marchesi, «non si eseguono condanne a morte dal 2009 e in merito alla moratoria Onu sulle esecuzioni capitali il Paese si è astenuto». Il che, dicono, lascia qualche speranza, «ma la pena capitale è ancora obbligatoria per una serie di reati». Qualora Cavatassi venisse condannato definitivamente, avverte Manconi, «quello che è possibile fare, oltre a chiedere alla Farnesina e all'esecutivo di fare forti pressioni politiche sulle autorità thailandesi, è esigere che venga applicato il trattato di cooperazione del 1984 firmato dai due governi e la convenzione internazionale alla quale ha aderito l'Italia, che prevedono che il detenuto italiano condannato in un Paese che abbia sottoscritto quel trattato possa, una volta esaurito l'iter giudiziario del Paese dove è stato condannato, scontare la pena in Italia».
©RIPRODUZIONE RISERVATA

