Contatti con la ’ndrangheta: ditta sotto controllo giudiziario

10 Giugno 2026

Si tratta di un’impresa agricola a cui la prefettura non ha rilasciato la certificazione antimafia. Il tribunale ha nominato un amministratore che per due anni monitorerà tutta l’attività

TERAMO. È una misura introdotta dal codice antimafia: consentire all’impresa accusata di aver avuto contatti con le cosche malavitose di rientrare in un’economia sana continuando ad operare sotto il controllo giudiziario, ovvero con la presenza di un amministratore giudiziario nominato dal tribunale. Così è successo per un’impresa agricola del Teramano a rischio di infiltrazione ’ndrangheta a cui la prefettura non ha rilasciato la certificazione antimafia. L’azienda ha impugnato il provvedimento al Tar che ha respinto la richiesta di sospensiva fissando l’udienza direttamente per il merito. Nel frattempo la sezione misure di prevenzione del tribunale dell’Aquila (presidente Giuseppe Romano Gargarella, a latere i giudici Tommaso Pistone e Dino Tarquini) ha stabilito – accogliendo la richiesta fatta dalla stessa impresa – di ammissione al controllo giudiziario che è stato concesso per due anni rappresentando una delle prime applicazioni di questo istituto nel Teramano.

La misura consente all’impresa di proseguire la sua attività salvaguardando, innanzitutto, i livelli occupazionali. Perché la certezza, fatta propria da migliaia di inchieste giudiziarie, è che nessun luogo è immune: la criminalità organizzata, oggi più che mai, supera ogni confine geografico. La società agricola è finita al centro di una corposa indagine fatta dai carabinieri del comando provinciale teramano e dalla guardia di finanza. È stato accertato che l’amministratore della società ha avuto frequenti contatti con esponenti di primo grado della criminalità organizzata calabrese «delineando», si legge nel provvedimento della prefettura, «un quadro relazionale stabile, strutturato e funzionale all’inserimento nel circuito economico locale di soggetti e capitali riconducibile alla ’ndrangheta».

Va detto che l’inchiesta aperta in sede penale è stata archiviata dal gip dell’Aquila (reati di competenza della Procura distrettuale) con il giudice che a base del provvedimento ha stabilito come «non appaia formulabile una ragionevole previsione di condanna». Una motivazione che, sempre secondo quanto stabilito dalla prefettura nel provvedimento, conferma «che l’apparato investigativo ha prodotto un quadro relazionale e comportamentale complesso; che le risultanze non sono state smentite in fatto, semplicemente non ritenute sufficienti a fondare una condanna penale per associazione mafiosa, secondo gli standard richiesti dall’articolo 416 bis del codice penale. Ne consegue che tali elementi conservano piena rilevanza nella dimensione amministrativa e preventiva, laddove il giudizio richiesto è di tipo prognostico e non di colpevolezza».

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