Core: «La pandemia ha imposto nuove sfide ai medici di base»

9 Febbraio 2022

Parla il promotore delle unità di cure primarie: «L’assistenza sul territorio è fondamentale e il Covid lo ha confermato. All’inizio la guerra contro il virus è stata difficile, troppa burocrazia» 

TERAMO. Con lui va in pensione un pezzo di storia della medicina di base teramana. Perché Ercole Core, 70 anni di cui 40 trascorsi con il camice di medico di famiglia, sull’assistenza sanitaria territoriale ha scommesso tutto prima ancora che lo tsunami della pandemia travolgesse ogni regola codificata. Lo ha fatto dieci anni fa con le Unità complesse di cure primarie (Uccp) di cui fanno parte medici di base, specialisti ambulatoriali e infermieri, un progetto innovativo avviato con la Asl e che oggi rappresenta un baluardo dell’assistenza sul territorio. «Dopo la pandemia nulla potrà essere più come prima», dice, «a cominciare proprio dall’assistenza sul territorio. E che la formula delle Uccp si sia rivelata vincente lo dimostra quello che il Pnrr prevede per la sanità con le tante strutture ramificate sul territorio».
Un territorio in cui i medici di famiglia sono stati i primi a finire sul fronte della guerra al Covid. «Una guerra difficilissima in cui noi medici di base abbiamo perso 180 colleghi», dice, «nei primi drammatici mesi della pandemia siamo stati il primo punto di riferimento dei pazienti. All’inizio ci siamo trovati a gestire qualcosa che non conoscevano, che nessuno conosceva, e abbiamo cercato di farlo nel migliore dei modi. Purtroppo inizialmente c’è stata una estrema burocratizzazione del sistema di controllo della pandemia che ha coinvolto tutti gli ambulatori della medicina di base e devo dire che questo ha creato qualche problema. Soprattutto per quanto riguarda la nostra capacità di resistere e di superare un momento così difficile. Siamo stati in guerra ma ne siamo usciti dopo aver sentito il virus sottopelle, soccorso pazienti, dato risposte, consolato e incoraggiato, dato sollievo ma anche attraversato momenti di sconforto perchè le vite degli altri entrano sempre nella tua».
Parole a capire tragedie e miracoli di auto-organizzazione e resilienza, a raccontare due anni di morte e di vita. «La pandemia», continua, «ci ha obbligato al confronto con nuove sfide cliniche, assistenziali e gestionali, oltre ad esporci direttamente a rischi imprevedibili con il medico di base diventato il punto di raccordo tra paziente, Asl e ospedale ma anche la persona su cui si concentra buona parte dei compiti burocratici relativi a isolamento e quarantena».
Per anni ai vertici provinciali e regionali della Fimmg, la federazione dei medici di medicina generale, Core non si sottrae alla domanda sull’argomento del nuovo ospedale a Teramo. «Il nuovo ospedale è una necessità», dice, «e su questo non si transige. Dove farlo? Sicuramente in una località dai grandi spazi visto che i nuovi ospedali vanno realizzati in larghezza e non in altezza, facilmente raggiungibile da tutti con le grosse vie di comunicazione. Piano d’Accio va bene, ma va bene tutta l’area che da Piano d’Accio va a Mosciano. Un’area vasta attraversata dalle grosse vie di comunicazione».
In quarant’anni di attività le vite degli altri sono entrate a far parte della sua. «Di pazienti ne ho avuti migliaia», ricorda, «e tutti loro mi hanno insegnato cosa significa fare il medico. Francamente ricordo qualcosa di tutti e tutti, in un modo o nell’altro, mi hanno segnato. Se devo pensare a qualcosa di particolare allora dico che facendo questo lavoro non ci si abitua mai a soccombere di fronte alla malattia. Perché ci sono delle volte in cui alla malattia bisogna arrendersi e questo per me è sempre stato fonte di grande rammarico». Con la cronaca che impone una domanda sul suicidio assistito: «Nessun paziente in questi anni mi ha posto questo problema, ma capisco e comprendo che la questione vada affrontata con strumenti normativi. Senza perdere altro tempo».
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