Da 9 anni attende il risarcimento per il marito ucciso a coltellate

Il caso è quello dell’operaio cingalese ucciso nel 2013 da un connazionale davanti alla donna incinta Stabiliti 100mila euro ciascuno di provvisionale per moglie e due figli, a settembre l’udienza civile
TERAMO. La Costituzione cala nella giustizia valori che uno Stato di diritto non dovrebbe mai perdere di vista. A cominciare dalla durata dei procedimenti giudiziari che non sono mai quelli della vita reale. È con un’altra storia dai tempi lunghi che la cronaca scandisce e racconta il caso di una donna di 35 anni che da 9 anni attende un risarcimento già stabilito in sede penale per la morte del marito ucciso a coltellate davanti a lei all’epoca dei fatti incinta di otto mesi del secondo figlio. È evidente che mai nessuna somma potrà ridarle il padre dei suoi due figli ma è chiaro, così come più volte stabilito dalla Cassazione con svariati pronunciamenti, che il risarcimento patrimoniale serva a colmare quel sostentamento economico venuto a mancare. Mai come in questo caso visto che il marito con il suo lavoro da operaio era l’unica fonte di sostentamento della famiglia. L’udienza per la trattazione del caso è stata fissata davanti al tribunale civile per il 22 settembre di quest’anno con moglie e figli rappresentati dall’avvocato Luca Macci che negli anni ha presentato varie istanze. Con una coincidenza che per i familiari ha il sapore della beffa: si svolgerà qualche mese prima che l’uomo condannato per l’omicidio abbia finito di scontare i dieci anni di carcere dopo la sentenza confermata in Cassazione.
L’omicidio nel 2013
A Sant’Omero
Il caso è quello di Susira Kelum Sattambi, 30 anni, che nel 2013 venne ucciso a coltellate dal vicino di casa a Garrufo di Sant’Omero. Nel 2016 la Cassazione ha confermato la condanna a 10 anni e 8 mesi per Udara Chandima Kolamunnage, il badante cingalese di 29 anni accusato dell’omicidio. «È stata una disgrazia», aveva detto davanti al giudice, «abbiamo cominciato a litigare, l'ho colpito con le mani e poi non mi sono reso conto di aver in mano un coltello». Kolamunnage era stato condannato in primo grado a dieci anni ed otto mesi per omicidio volontario con rito abbreviato (all’epoca ancora previsto per questo genere di reati), pena poi confermata in Appello, con il giudice che aveva condannato l’imputato a una provvisionale di 100mila euro ciascuno per moglie e figli con rinvio al giudice civile per la determinazione e la quantificazione dell’intero danno subito. Il delitto avvenne a Garrufo di Sant'Omero dove i due connazionali abitavano vicini. L'omicidio si consumò in pochi minuti sul pianerottolo di un condominio. Fino a pochi istanti prima i due uomini avevano trascorso la serata insieme a casa della vittima. Una serata tranquilla. Poi una discussione, nata secondo l'omicida da una frase a bruciapelo dell'amico. «Sei un terrorista» gli avrebbe detto la vittima. Da qui il litigio e la coltellata mortale al polmone.
LA RICHIESTA
AL TRIBUNALE CIVILE
Nella richiesta presentata al tribunale civile per la quantificazione del danno patrimoniale c’è un passaggio che sitentizza al meglio il caso: «La vittima era l’unico soggetto svolgente l’attività lavorativa subordinata nell’ambito del nucleo familiare e pertanto esso stesso da solo provvedeva al sostentamento di moglie e figli». Una giovane moglie e due figli di cui uno nato un mese dopo la morte del papà.
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