Dalle palafitte allo chalet Venere «Qui veniva Pannella ragazzo»

24 Marzo 2019

L’imprenditore Flagnani racconta lo stabilimento giuliese nato nel 1877, uno dei primi in Italia Negli anni venti Zingarelli mise una foto della struttura nel vocabolario accanto alla parola spiaggia 

GIULIANOVA. La storia grande fa i suoi giri nelle metropoli. I piccoli prodigi si consumano altrove tra sacrifici, passione e coraggio a scandire generazioni. Passando da uno stabilimento balneare, uno dei primi in Italia. Quel Venere di Giulianova nato nel 1877 dal lavoro di alcuni imprenditori ascolani, diventato nel 1905 della famiglia Flagnani e immortalato per sempre da Nicola Zingarelli che nel 1922 in una, oggi rarissima, edizione del vocabolario della lingua italiana alla parola spiaggia collegò proprio la foto dello stabilimento giuliese. Che, raccontano le immagini, era tutto in legno di castagno sorretto da robuste palafitte in acqua che venivano smontate e rimontate ad ogni stagione. Perché allora il mare era solo per pochi, tra signorotti d’epoca e nobili a fare i bagni con ingressi rigorosamente separati tra uomini e donne. «Il turismo di massa arrivò con la Littorina, il treno che negli anni venti portò i teramani al mare», racconta Francesco Flagnani, classe 1947. Imprenditore vecchio stampo, nello stabilimento è praticamente nato. Allora c’era suo padre Domenico che aveva proseguito il lavoro di nonno Flaviano negli anni del boom economico, delle spiagge affollate, dei primi jukebox, delle serate danzanti e di Marco Pannella che arrivava al Venere con la sua immancabile sigaretta. Esperienza e attaccamento al lavoro che Francesco ha trasmesso ai figli Domenico e Bianca che oggi proseguono la tradizione di famiglia non solo con il Venere, ma anche con il Caprice e altre attività turistiche.
Che cosa rappresenta lo stabilimento Venere per la famiglia Flagnani?
«Un gioiello da salvaguardare anche se con tanti sacrifici perché oggi i tempi sono cambiati. Ma questa struttura è l’emblema della nostra famiglia, è un pezzo di storia di questa città e di tutta Italia. Lo stabilimento fu costruito nel 1875 da alcuni imprenditori ascolani che vinsero un contributo comunale di 500 lire. Nel 1905 venne rilevato da mio nonno Flaviano. Lei pensi che era tutto di legno e che ad ogni stagione veniva montato e rimontato, ogni volta in posti diversi, su queste grosse palafitte che affondavano nell’Adriatico. Durante la grande guerra venne requisito, smontato e portato al fronte. Nel 1927 fu montato davanti al Kursaal, che qualche anno dopo diventerà uno dei primi e più frequentati alberghi della nostra regione. Il Venere era veramente una opera d’arte raccontata in molti libri e citato da Zingarelli».
Quando venne presa la decisione di fare il fabbricato in muratura?
«Fu una decisione dettata dagli eventi che prese mio padre nel 1948. L’anno prima c’era stata una violenta tromba d’aria che aveva spazzato via tutta la struttura in legno e così papà decise di fare un fabbricato in muratura. Erano gli anni del dopoguerra, difficili ma pieni di voglia di ricominciare e di lasciarsi alle spalle fame e distruzione. Io sono praticamente nato nello stabilimento, ho imparato da mio padre cosa significhi il rispetto e la salvaguardia dell’ambiente, della natura».
Negli anni Cinquanta e Sessanta il boom economico con la vacanza che diventa di massa, i teramani che comprano le case al mare e la gente famosa sotto l’ombrellone. Che anni sono stati per il Venere?
«Anni di grande attività e di grande fascino. Con una grande voglia di fare. Tanti i personaggi passati nel nostro Lido: penso a Marco Pannella che tutte volte le volte che veniva a Giulianova scendeva al Venere, e al giornalista Bruno Vespa, anche lui per anni nostro affezionato cliente. Ma sono stati veramente tantissimi. E non solo tra i clienti. Per anni nel nostro stabilimento ha lavorato Fioravante Palestini, conosciuto come Gabriellino, quello che poi sarebbe diventato l’uomo Plasmon. Proprio mentre lavorava nello stabilimento venne scoperto da un regista che lo portò a Milano per fare le prime pubblicità».
Come è cambiato in questi anni il modo di fare turismo?
«Bisogna dire che oggi fare turismo non è facile. Le difficoltà sono tante a cominciare dai tempi della burocrazia per finire alle tante questioni che gravitano intorno al tema delle concessioni demaniali. Spesso si perde di vista l’entità e il valore di un comparto che significa lavoro per migliaia di famiglie e che rappresenta una delle voci più importanti dell’economia italiana. Una cosa è certa: per fare turismo non si deve mai improvvisare. Ci vogliono esperienza e professionalità sempre».
Qual è l’insegnamento più importante che ha appreso da suo padre e che pensa di aver trasmesso ai suoi figli che oggi portano avanti l’impresa di famiglia?
«Il senso della riflessione, del risparmio, dei passi fatti un po’ alla volta senza mai strafare e sempre con il rispetto per gli altri. Questo mi ha insegnato mio padre e questo spero di aver insegnato ai miei figli».
©RIPRODUZIONE RISERVATA