De Maggi: «Io sono un atleta, la carrozzina è solo un dettaglio»

18 Novembre 2018

Il capitano teramano della nazionale di basket dopo anni all’Amicacci oggi è alla Briantea Cantù «È la vita che volevo, mai arrendersi perché anche con la disabilità lo sport regala grandi emozioni»

TERAMO. Ci sono gesti e facce che non si dimenticano. Simone al tiro con la maglia azzurra della nazionale riesce a fermare il tempo, a toccarci nel profondo come fanno le cose vere. La sedia a rotelle è solo un dettaglio di una vita. Quella di Simone De Maggi, 27 anni, teramano, capitano della nazionale di basket in carrozzina, volto noto dell’Amicacci e da qualche tempo ala centro della Briantea 84 Cantù in serie A. Campione finito tra “I campioni del basket di ieri e oggi” insieme a Michael Jordan, Dino Meneghin e al suo idolo Lebron James. «Sì, è proprio questa la vita che volevo» ti dice al telefono tra un allenamento e un altro. Perché gli eroi dello sport non si arrendono mai e lui che con il basket «è stato subito amore vero» non si è mai fermato. Nemmeno davanti al tumore osseo che a 17 anni gli ha portato via una gamba. Continua a correre sul parquet di gioco più di otto ore al giorno e, dopo i mondiali, con il sogno delle Olimpiadi di Tokyo 2020. Che lo faccia su una sedia a rotelle resta un dettaglio. Marginale. Trascurabile. Perché gli atleti sono atleti.
Partiamo dall’inizio. Quella del basket è una passione da bambino?
«Non proprio da bambino. Ho iniziato a giocare abbastanza tardi, avevo 15 anni. Ho fatto la trafila con le giovanili del Teramo Basket che in quegli anni militava in serie A. Anni bellissimi con un entusiasmo alle stelle, anni che non dimenticherò mai e che mi hanno segnato profondamente. Ho capito che volevo fare il giocatore di basket, che il parquet sarebbe stata la mia seconda casa. Con la squadra dell’under 17 prima e dell’under 19 poi sono stati anni fantastici con compagni come Andrea Cimini, Lorenzo Battistella, Silvio Marinaro, Achille Polonaro».
Poi irrompe la malattia e tutto cambia. Cosa è successo?
«Avevo 17 anni quando cominciò a farmi male una caviglia. Quando si pratica sport a certi livelli capita. Ho pensato a qualche movimento sbagliato. Ma il dolore non passava e la caviglia continuava a gonfiarsi. Ho smesso di fare allenamento ed è iniziata la trafila dei tanti controlli medici conclusi con la diagnosi di un osteosarcoma alla caviglia. Con la mia famiglia siamo andati a Bologna dove esiste un centro specializzato e qui è iniziata la chemioterapia. Poi c’è stato l’intervento chirurgico con l’amputazione della gamba e ancora chemioterapia».
Come si riparte a 17 anni?
«Si riparte perché la vita può cambiare e cambiarti da un giorno all’altro. Io devo dire che ho vissuto la malattia con molta serenità anche e grazie soprattutto alla presenza e alla vicinanza della mia famiglia che non smetterò mai di ringraziare per esserci sempre. La mia famiglia è stata fondamentale per me. Ho sempre creduto di poter ricominciare, superare la malattia e tornare a giocare. Perché io non ho mai smesso di crederci. Volevo giocare a basket e questo ho fatto. Certo è stato difficile ma era quello che volevo».
Dopo la malattia comincia a giocare con l’Amicacci basket in carrozzina di Giulianova. Cosa ha significato?
«Per me ha significato riprendere a vivere sapendo di poter fare quello che sognavo di fare: giocare a basket. La possibilità è nata grazie a Facebook attraverso cui sono stato contattato dall’Amicacci. Un invito a partecipare che è diventato per me fondamentale. Penso di essere stato davvero fortunato ad avere vicino casa una squadra di livello come l’Amicacci in cui ho incontrato gente preparata e davvero molto professionale. Per me una seconda famiglia. Con loro ho capito da subito che anche con la malattia non avrei dovuto rinunciare al mio sogno. Potevo giocare a basket, farlo ad un ottimo livello e farlo tutti i giorni. L’accoglienza che ho avuto, poi, è stata davvero straordinaria. Anni che porterò sempre con me, che resteranno un pezzo importante della mia vita».
C’è un messaggio che, dopo la sua esperienza, si sente di poter rivolgere a chi si trova a vivere una realtà difficile come lo è stata la sua?
«Di non arrendersi, ma questo sarebbe anche banale. Il consiglio che voglio dare è quello di non vergognarsi di nessun problema e di uscire perché anche con una disabilità la vita può regalarti le stesse emozioni. Anzi forse anche più grandi. L’importante è non fermarsi mai e questo per un atleta è davvero fondamentale».
E’ questa la vita che sognava a 15 anni?
«Sì, è questa la vita che avrei voluto. Quella dell’atleta che si allena tutti i giorni, che si confronta con se stesso e con gli altri con lealtà e professionalità, che si qualifica per i mondiali e che punta alle Olimpiadi. Tutto il resto è un dettaglio, anche una sedia a rotelle».
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