Deborah, il gol più bello «Così lotto col tumore»

La 33enne calciatrice di Pineto, ex azzurra, racconta la sua odissea
PINETO. La scoperta del tumore, la condivisione e l’operazione (a Como) per rimuovere la massa. Deborah Salvatori Rinaldi, 33 anni, di Pineto, calciatrice della Ternana (serie B), ex nazionale e vincitrice di uno scudetto con la Fiorentina, sta trascorrendo la convalescenza a Montesilvano. E ha deciso di raccontarsi al Centro.
Come sta, e dove sta trascorrendo la convalescenza?
«Il post operatorio non è stata proprio una passeggiata, ora sto un pochino meglio e i forti mal di testa stanno diminuendo. Ora sono a Montesilvano con la mia famiglia».
Come ha scoperto la malattia?
«Il tipo di tumore che hanno scoperto a me, ai seni nasali, solitamente è difficile da diagnosticare in tempo perché le masse crescono in posti dove hanno spazio e si fanno strada per molto tempo senza mostrare dei veri e propri sintomi. La mia storia è iniziata a novembre quando dopo un’influenza mi sono portata dietro il raffreddore e la sinusite. Avevo sempre mal di testa e non guarivo mai anche dopo le cure; così ho deciso di andare da un otorino a gennaio. Lui mi disse che erano polipi e che a fine stagione (calcistica) avrei dovuto toglierli. Ho sentito la società per cercare di farmi operare durante la prima sosta del campionato, non volevo arrivare a maggio con questo disagio respiratorio durante gli allenamenti e i mal di testa continui. La dottoressa Favoriti (della Ternana) mi ha messo in contatto con il dottor Businco di Roma. Da quel giorno è iniziato il vero percorso verso la scoperta di questo brutto male. Ho fatto una risonanza e poi quando hanno scoperto che la massa era a contatto con la duramadre del cervello mi hanno mandato dal dottor Bignami al Sant’Anna di Como. Il mio supereroe».
Chi le è stata più vicina?
«All’inizio ho fatto tutto da sola, in fin dei conti erano polipi. Ero sempre sostenuta dalla società e dalle compagne ma poi, quando le cose sono diventate serie, la mia famiglia è stata la mia forza. Mia sorella che abita in Francia è subito venuta da me insieme a mia nipote di 15 mesi. Lei ci ha dato quella spinta in più per vivere le giornate difficili. Un grazie speciale alle mie migliori amiche che sono state vicino, ma un grazie va anche a quella parte del mondo dello sport che mi ha trasmesso energia e amore».
Che cosa ha pensato nei giorni dell’operazione?
«È difficile da spiegare. Ho voluto però continuare fino al giorno del ricovero a vivere la mia routine giocando a calcio con la mia squadra. Questo mi ha aiutato. Ci sono dinamiche magiche nello sport, ad esempio il modo di dimostrare il rispetto e l’affetto in modo del tutto genuino e vero. Tutti sapevamo la situazione ma viverla in maniera negativa non sarebbe servito a niente. Abbiamo continuato a giocare a calcio…che poi non è solo calcio».
I medici che cosa dicono? Quando tornerà in campo?
«Ancora è presto per rispondere a questa domanda. I medici sono soddisfatti di come sia andato l’intervento ma è un brutto male che ha bisogno di tempo per essere completamente sconfitto».
Quanto le manca il campo?
«Tanto, credo sia così ovvio. Ma nella vita ci sono tantissime altre cose. Io sono Deborah calciatrice, ma sono anche Deborah designer e Deborah trentenne che non si ferma mai. Non mi manca solo il calcio... mi manca e mi mancherà poter fare le mie solite cose».
Come trascorre il tempo?
«È passato così poco tempo dall’operazione… ora devo soltanto riposare. Non posso assolutamente fare sforzi. Mi piace leggere e mi piacciono i film, ma in realtà al momento faccio fatica anche a fare queste cose… In realtà in questi ultimi giorni sto cercando di rispondere a tutti quelli che mi scrivono, ma devo dosare il tempo che dedico al cellulare perché non mi aiuta nel recupero».
Che cosa ha voluto trasmettere affrontando la malattia alla luce del sole?
«Sto ricevendo dei messaggi incredibili di sostegno ma soprattutto di chi come me sta affrontando le proprie battaglie… e anche se non sono poi così importante so cosa vuol dire avere il dovere di comunicare con quelli che ti stimano e che tifano per te. Far sapere che anche un’atleta in perfetta forma può essere colpita da un male così, deve far aprire gli occhi sul fatto che non bisogna mai trascurarsi. Bisogna ascoltare il proprio corpo e non avere il timore di approfondire i malesseri. La medicina e la scienza hanno fatto passi da gigante ed è per questo che bisogna puntare sulla ricerca. Voglio anche condividere con più persone il gesto della Ternana che mi ha rinnovato il contratto. Per me è stata una vera e propria “pacca sulla spalla” che mi conferma di aver scelto un’ottima società. È un gesto bellissimo, purtroppo va a braccetto con una situazione che bella non è, ma è giusto sottolineare questi gesti nobili fini a quando non saranno la normalità».
In questi casi l’essere atleti tenaci come lei in campo quanto aiuta il fisico e lo spirito?
«Il calcio ha contribuito a darmi una forza interiore e fisica in più, lo sport è un mondo meraviglioso ma difficile… Penso davvero che mi abbia allenato e preparato anche per questo. Parlo spesso della squadra, della società, della famiglia ma uno sportivo tante battaglie le vive da solo. Anche quelle contro se stesso. Sei forgiato per i cambiamenti, per gli imprevisti, le ingiustizie, le emozioni forti, gli stop forzati. Stiamo parlando di quel gioco che smuove nazioni intere solo perché un pallone oltrepassa una linea bianca. Ma per ogni momento così lo sportivo sa che ce ne sono altri mille difficili da vivere».
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