Definitivi i sei anni per Curti e Di Pietro

La Cassazione rigetta i ricorsi dei due imprenditori accusati di bancarotta, annullata la condanna del terzo imputato
TERAMO. «La corte rigetta i ricorsi»: ai giudici della quinta sezione della Cassazione bastano poche righe per accogliere la richiesta di conferma della Procura generale e trasformare in definitiva la condanna a sei anni ciascuno per gli imprenditori teramani Guido Curti e Maurizio Di Pietro accusati di bancarotta fraudolenta. Annullamento senza rinvio, invece, per la sentenza di condanna a un anno per Nicolino Di Pietro, fratello di Maurizio, per intervenuta prescrizione. Nessuna indicazione, per ora, sulle modalità di esecuzione della sentenza.
Con il pronunciamento della Suprema Corte si chiude quello che per la cronaca è stato il caso giudiziario del crac Curti-Di Pietro. Secondo la ricostruzione della Procura (prima) e le sentenza di primo e secondo grado (dopo) ci sarebbe stato un crac da 20 milioni che nel 2012 portò agli arresti degli imprenditori con una serie di sequestri di società. Un'indagine portata avanti da Procura (il pm titolare Irene Scordamaglia ora in Cassazione) e guardia di finanza il cui risultato sono stati due maxi processi: il primo per la bancarotta, il secondo che ha visto Curti, Di Pietro e altri cinque accusati di reati fiscali. La sentenza di primo grado è arrivata il 21 febbraio del 2012 al termine di un anno di istruttoria in cui era stata ricostruita la filiera delle società con sedi non solo a Cipro e a Teramo ma anche nelle Antille Olandesi. Il tutto dando corpo e volto alla accuse in una complessa ricostruzione di passaggi societari, fallimenti, compravendite, ma anche di sistematiche operazioni di giroconto che, secondo la Procura, avrebbero permesso a Maurizio Di Pietro e Curti di prelevare soldi dai conti delle società per depositarli sui loro conti personali. Soldi distratti con la bancarotta che, sempre secondo l’accusa dei magistrati, sarebbero stati portati in Svizzera, Inghilterra e Cipro per poi tornare puliti in Italia. Ed è stato soprattutto nella conferma della confisca delle quote delle due società De Immobiliare e Kappa che i magistrati aquilani hanno riconosciuto il modus operandi ipotizzato dalla Procura e tratteggiato nella sentenza di primo grado: un maxi flusso di denaro partito da imprese fatte fallire, spostato all'estero e poi fatto rientrare su conti esteri di società. In Cassazione Curti e Di Pietro sono stati difesi dall’avvocato Stefano Maranella, mentre Nicolino Di Pietro da Mauro Di Dalmazio. Le parti civili sono state rappresentate dagli avvocati Alessia Moscardelli e Antonella Casimirri.
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