Delitto Fadani i tre rom rischiano un processo bis

La procura chiude le indagini sull’aggressione all’amico della vittima, colpito con un pugno: l’accusa è lesioni
ALBA ADRIATICA. L’omicidio Fadani è un caso giudiziario chiuso dalla Cassazione. Ma quella drammatica sera del 10 novembre 2009 è al centro di un’altra inchiesta appena definita con un avviso di conclusione dalla procura teramana che accusa i tre rom – oggi in carcere per scontare 10 anni per omicidio preterintenzionale e concorso – di lesioni gravi all’uomo che quella sera era con la vittima e che, sostiene l’accusa, venne colpito con un pugno. Questo fascicolo bis (titolare il pm Laura Colica) nasce dagli atti rinviati alla procura dai giudici della corte d’Appello che hanno riformato la sentenza di primo grado condannando a 10 anni per concorso in omicidio preterintenzionale Danilo Levakovic e Sante Spinelli, i due rom che quella sera erano con Elvis Levakovic il giovane rom che sferrò il pugno mortale all’imprenditore Emanuele Fadani. Nel mese di ottobre la Cassazione ha respinto i ricorsi dei tre rom confermando la sentenza di secondo grado. «La caratteristica che mette insieme il concorso morale dei tre», hanno scritto nelle motivazioni i magistrati dell’Aquila, «oltre al colpo sferrato da uno solo è l’agire congiunto». E’ questo agire congiunto è stato uno dei capisaldi dell’inchiesta della procura che nel rito abbreviato del primo grado aveva chiesto trent’anni per tutti e tre: un’azione collettiva e non individuale, maturata al termine di un litigio tra Fadani e un suo amico da una parte e i tre rom dall’altra. Un coinvolgimento morale che per la difesa dei due non c’è mai stato. Per i giudici di secondo grado (presidente del collegio Fabrizia Francabandera), così come aveva ipotizzato la procura teramana Fadani venne colpito con un calcio anche quando era a terra. Un colpo temporalmente collocato tra il pugno mortale e il momento del decesso , quando l’uomo era steso, ormai agonizzate, sull’asfalto. Quel calcio aveva provocato una ferita alla fronte che il consulente tecnico dell’accusa (per questo particolare sentito come teste anche dai giudici d’Appello) non ha ritenuto da correlarsi nè alla caduta a terra della vittima e nemmeno a manipolazioni fatte nei concitati momenti dei soccorsi. «La natura contusiva della ferita lascia pochi dubbi», è scritto a questo proposito nelle motivazioni della sentenza di secondo grado, «sul fatto che la stessa è stata causata da un ulteriore colpo inferto alla vittima». Da chi dei tre non è stato possibile accertarlo. «Pur non essendovi indicazioni ricostruttive in ordine alla paternità del calcio», hanno sentenziato i magistrati, «è assai verosimile che esso sia stato inflitto proprio nel momento in cui la vittima si trovava a terra circondata dagli imputati».
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