Di Battista, 50 anni per i bambini «Che conquista le vaccinazioni»

5 Giugno 2016

Il pediatra si racconta: «Nel tempo ho capito l’importanza della comunicazione con pazienti e famiglie Giusto ridurre i punti nascita, serve qualità. Dentro di me il ricordo dei piccoli che non ce l’hanno fatta»

TERAMO. Le scelte di vita spesso diventano tali per caso. Perchè Claudio Di Battista, classe 1938, avrebbe voluto fare l’avvocato. Ma il padre, laureato in legge e funzionario del ministero della pubblica istruzione a Roma, gli impose di fare medicina. «E allora gli ordini di un genitore non si discutevano», racconta oggi dopo mezzo secolo da pediatra. E se da 50 anni curi i bambini le vite degli altri ti restano cucite addosso. Come quella di Alessandra e Roberto, due piccoli pazienti incontrati quando era un giovane medico in servizio all’ospedale di Modena. Se ne sono andati quando avevano poco meno di 10 anni, portati via da una encefalite post-morbillosa e da una leucemia linfatica. «Con le cure di oggi si sarebbero potuti salvare», dice l’ex primario di Modena, Giulianova (dal 1973 al 1992), Teramo (dal 1992 al 2007), per lungo tempo ai vertici della Società italiana di pediatria. Dopo tanti anni non dimentica quei due piccoli pazienti: «Con i progressi della scienza medica oggi mi ritrovo spesso a pensare a Roberto di Mirandola che la mattina mi diceva: Claudio, io non voglio morire».

Professore, come è cambiata la pediatria in questi anni?

«La pediatria è ancora una scienza giovane. Da poco, per quel che il termine significa in medicina, si è capito che i bambini non sono adulti in miniatura. In questi anni ci sono stati dei grossi progressi che vanno dalle vaccinazioni, oggi sempre più al centro di polemiche, alle diagnosi precoci. Il progresso tecnologico è stato importante e la mortalità infantile è calata di molto. La pediatria italiana è una delle migliori al mondo e il nostro modo di rapportarci con il bambino viene da un’attenzione particolare. La storia della medicina insegna molto, la tecnologia è un aiuto eccezionale, ma io credo che oggi si facciano tanti esami che potrebbero essere ridotti da un’attenta valutazione clinica. Pasteur diceva: il mio desiderio giornaliero è quello di prevenire piuttosto che curare».

C’è un grande dibattito aperto sul tema delle vaccinazioni. Lei cosa pensa?

«Io credo che i vaccini siano uno strumento importantissimo, un progresso più degli antibiotici che hanno sicuramente una loro collocazione anche se dobbiamo ricordare che sono vent’anni che non viene scoperta una nuova molecola. Non bisogna mai dimenticare che in questi anni una campagna vaccinale, capillare e strategica, insieme al miglioramento delle condizioni di vita, ha consentito una drastica diminuzione della mortalità ed un allungamento delle aspettative di vita. Poche misure di medicina preventiva possono essere comparate alle vaccinazioni in termini di impatto sulla salute pubblica: attuate su larga scala con copertura non inferiore al 95% della popolazione consentono non solo il controllo delle malattie bersaglio, ma anche la loro eradicazione così come avvenuto dal 1980 per il vaiolo e più recentemente per la polio. Negli ultimi tempi, però, si sta cercando di minare uno dei cardini fondamentali della salute pubblica, collegando senza alcun fondamento scientifico patologie quali l’autismo alle pratiche vaccinali».

In più di mezzo secolo di attività, a cominciare da quella ospedaliera, avrà visitato migliaia di bambini e parlato con altrettanti genitori. C’è un errore che non rifarebbe?

«Negli anni in cui dirigevo il reparto di pediatria a Modena nascevano 2.500 bambini all’anno e quindi i conti sono presto fatti. La comunicazione con i familiari è una parte difficile. Mi rendo conto di aver spesso comunicato in maniera dura, ma era un atteggiamento che nasceva dalla sofferenza di dover dire qualcosa di brutto, di spiacevole. Negli anni ho modificato il mio modo di comunicare con i genitori. C’è un episodio che, a questo proposito, racconto sempre. Quando ero primario all’ospedale di Giulianova arrivò un bambino di sei, sette anni che zoppicava. Facemmo tutti gli accertamenti e non emerse nulla. Decisi di far fare il test del midollo e scoprimmo che aveva la leucemia. Lo mandammo subito nel reparto di ematologia a Pescara. Molti anni dopo, quando ero primario a Teramo, mi ritrovai, tra le mamme di una piccola paziente, la sorella di quel bambino. Mi disse: Professore, noi a casa la nominiamo sempre perchè lei ha salvato la vita di mio fratello, ma mio madre non scorderà mai il modo brusco con cui le disse quello che aveva mio fratello. Ecco, questo errore non lo rifarei più».

Oggi in Abruzzo c’è una grande polemica sul taglio dei punti nascita. Cosa pensa dei nuovi modelli organizzativi?

«Quando negli anni settanta sono arrivato da Modena in Abruzzo c’erano 21 punti nascita. Troppi. Ne servono pochi ma buoni. Quello che è stato fatto poteva essere fatto prima. Come Società italiana di pediatria ci siamo impegnati molto per la riduzione dei punti di nascita, perchè l’assistenza neonatale va garantita sempre nel migliore dei modi e certamente questo non si può fare se ci sono decine di ospedali. Ma questa battaglia si è sempre scontrata con la politica del campanile, mentre oggi va garantita una qualità dell’assistenza».

Ha un rimpianto per qualcosa che avrebbe potuto fare per la sanità teramana?

«Forse quello di non aver potuto creare un reparto di neonatologia, anche se penso che negli ultimi decenni sia stato fatto tanto per l’assistenza pediatrica ospedaliera teramana e tutti abbiamo fatto la nostra parte. Penso a Gasparroni , al dottor Magnanimi che ha fatto tanto, ha introdotto miglioramenti, ha fatto un’opera importante seguendo i canoni moderni del reparto materno infantile. Penso che ognuno di noi, negli anni, abbia dato un apporto fondamentale allo sviluppo della pediatria teramana secondo la propria preparazione e sensibilità. E’ importante la dedizione e soprattutto guardare al futuro, lasciare tracce del proprio passaggio. Penso ai colleghi che tanti anni fa hanno iniziato nel mio reparto e che oggi sono validissimi professionisti: dal dottor Di Pietro al dottor Moretti alla dottoressa Guastaferro, oggi tutti alla guida di settori importanti della sanità pediatrica».

Nel 1964, fresco di laurea, lei inizia la sua carriera da medico occupandosi di fisiologia all’ospedale di Modena. Che ricordi ha di quel periodo?

«Modena è stata la mia città formativa. Avevo una 850 presa a rate e passavo giorno e notte in ospedale perchè allora i tempi erano veramente diversi e per questo ringrazio sempre mia moglie Daniela che ha saputo essermi accanto e crescere i nostri quattro figli. Ho lavorato con il professor Pacchioli, maestro di scienza, ma soprattutto di cultura e vita. E con lui tanti altri, a cominciare dal professor Brandi dell’istituto di fisiologia. I miei maestri mi hanno insegnato, e sul campo l’ho imparato direttamente, che bisogna sempre avere un approccio clinico e non bisogna sottovalutare niente.Ancora oggi incontro genitori di piccoli pazienti che mi ringraziano. Molti miei pazienti, nel frattempo diventati genitori, mi chiamano per i loro figli».

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