Di Filippo: «Facevo affari senza mia moglie»

Interrogato il marito di Maria Angela Mastropietro: «In conflitto di interessi con lei? No mi sono mai posto il problema»
TERAMO. «Non mi sono mai posto il problema del conflitto d’interessi con mia moglie. Se mi ponessi questo problema a Giulianova non potrei lavorare». L’ingegnere Stefano Di Filippo parla per quasi quattro ore nell’aula in cui è imputato con la consorte Maria Angela Mastropietro (e altri 10) nel processo Castrum, quello nato da una maxi inchiesta su un presunto giro di appalti e mazzette. Un lungo interrogatorio rimasto a metà e che si concluderà solo nella prossima udienza di fine mese. L’assunto di base da cui partono i pm Andrea De Feis e Luca Sciarretta è quello di un modus operandi messo in piedi dalla Mastropietro (nella sua veste di dirigente comunale dell’ufficio tecnico di Giulianova ora sospesa) e dallo stesso marito, imprenditore edile, in cui far lavorare l’impresa del consorte, la Rima, significava far andare avanti i progetti presentati all’ufficio comunale diretto dalla stessa Mastropietro. Di Filippo annoda fatti e date con un filo conduttore: «Mai messo in difficoltà mia moglie nel chiedere cose d’ufficio». Racconta: «Lei si interessava del mio lavoro come moglie, mai come dirigente. Non parlavamo di cose d’ufficio». Di diverso avviso i pm che, sostengono, come dalle intercettazioni si evinca il contrario: ovvero di come Di Filippo sapesse di tante procedure d’ufficio definite o in corso da parte della consorte.
LIDO DELLE PALME. La Procura sostiene che la Mastropietro in cambio di alcune facilitazioni all’iter del piano di lottizzazione abbia ottenuto la promessa dell’ affidamento di un appalto di tre milioni che sarebbe stato stipulato dal consorzio Lido delle Palme con la società Rima, di fatto gestita dal marito Di Filippo. «Di questo mi parlò Filippo Di Giambattista (altro indagato ndr)», dice, «in quell’occasione all’incontro c’era anche Ennio Di Saverio (ex presidente del consorzio Lido delle Palme e in questa veste indagato (ndr). Di Giambattista mi disse che mi aveva visto lavorare e che era rimasto colpito dalla professionalità della mia impresa. Mi chiese se potevo fare anche le urbanizzazioni e mi chiese se fossi stato interessato a fare un preventivo per la lottizzazione. Io dissi di sì. In quell’occasione si parò di lavori per circa tre milioni di euro». E così risponde al pm: «Certo, sapevo che mia moglie se ne occupava come dirigente perché a Giulianova lo sapevano anche i sassi. Quella pianificazione sta in piedi dal 1973 e so che nessun dirigente comunale si può sottrarre dall’occuparsi di questo caso. La questione della pianificazione con il conflitto d’interesse non me lo sono proprio posto. La pianificazione non era di mia moglie, era del Comune. E io, voglio ribadire, con il Comune non ci ho mai lavorato».
I FRATELLI SCARAFONI. In merito ai rapporti con gli imprenditori Scarafoni (i fratelli Andrea e Massimiliano, altri indagati (ndr) Di Filippo dice: «Gli Scarafoni avevano lavorato a Roseto quando mia moglie era dirigente del Comune di Roseto. Mai moglie li aveva apprezzati e mi aveva chiesto se potevo fare qualcosa per loro perchè in quel momento avevano dei problemi. Era il 2013 e all’epoca io lavoravo all’Aquila con un consorzio. Ai fratelli Scarafoni furono affidati tre impianti. Quando poi sono tornato a lavorare a Giulianova non mi sono interessato di sapere se avessero rapporti con il Comune anche perchè, comunque, sapevo che avevano avuto rapporti per piccoli contratti. Successivamente sono stato un loro consulente e ho avuto in comodato gratuito dagli Scarafoni un appartamento in cui erano ospitati i locali della società Rima».
L’EX OSPEDALETTO A TERAMO. Nell’udienza di ieri si è sottoposto all’esame da imputato anche Carmine Zippilli, il funzionario della Asl accusato di aver liquidato all’impresa dei fratelli Scarafoni più lavori di quelli effettuati per la messa in sicurezza dell’ex ospedaletto di corso Porta Romana. La Procura sostiene che Zippilli, nella sua veste di direttore dei lavori, in cambio dell'installazione di un impianto fotovoltaico sul tetto della sua abitazione, abbia accelerato l'autorizzazione dei cosiddetti Sal (gli stati di avanzamento) per il pagamento. Zippilli (ora sospeso) ha detto di aver rispettato, nel disporre i pagamenti, tutte le normative previste così come fatto in altre procedure e ha lanciato pesanti accuse al progetto della Asl: «I lavori furono consegnati in piena illegalità perchè non c’era la comunicazione al Comune, quella al Genio Civile e il nulla osta della Soprintendenza essendo un bene vincolato. Io mi sono ritrovato a gestire questa situazione, ma c’era l’interesse supremo della pubblica incolumità perchè altrimenti quell’edificio sarebbe crollato». La Asl si è costituita parte civile, ma ieri in aula il legale non era presente.
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