Diga di Bisenti, Melilla riesuma il progetto

17 Febbraio 2016

Il deputato di Sel presenta un’interrogazione a Del Rio e lo invita a riavviare l’opera degli anni ’60

BISENTI. Il deputato di Sel Gianni Melilla riesuma il progetto della diga di Bisenti. L’onorevole, infatti, ha presentato una interrogazione a risposta orale al ministro delle Infrastrutture Graziano De Rio per sottoporgli il progetto della diga di Bisenti sul Fino «risalente agli anni Sessanta, nei pressi del comune di Bisenti, lungo il fondovalle del fiume Fino, che prevede la costruzione di una diga che dovrebbe dar luogo a un bacino acquifero, il lago di Bisenti, ma, nonostante la costituzione di una apposita società, il progetto non è mai partito».

Il progetto riguarda i comuni di Arsita, Bisenti, Castiglione Messer Raimondo, Montefino, Castilenti, Elice, Città Sant’Angelo, Montesilvano ed è stato approvato e anche finanziato dalla Cassa per il Mezzogiorno per un importo complessivo di circa 57 miliardi di lire. «L’opera è stata appaltata nel 1984 dalla Cassa per il Mezzogiorno all’impresa appaltatrice per un importo di oltre 36 miliardi di lire», ricorda Melilla, «nel 1987, con decreto ministeriale n. 1404, è stata assegnata agli enti e ai Comuni interessati la concessione di derivazione dell’acqua; di conseguenza sono state acquisite le aree demaniali da invasare». Poi però sono state necessarie delle perizie di variante, il progetto è stato riapprovato ma alla fine la Casmez è stata sciolta e il contratto con la ditta appaltatrice è stato rescisso.

Nei terreni espropriati per 7 miliardi di lire sono stati piantati alberi ed è stato costruito il ponte sul Fino. Il progetto è stato però ripreso dal Cipe nel 2001 nel programma per le infrastrutture strategiche. «La realizzazione dell’opera, che permetterebbe l’erogazione di 3,5 milioni di metri cubi di acqua potabile (111 litri/secondo), di 3,5 milioni di metri cubi ad uso industriale e la produzione di circa 1.500.000 kwh di energia elettrica, risolverebbe in maniera drastica e definitiva i danni arrecati alle valli del Fino e del Saline dalle inondazioni ricorrenti», osserva Melilla, che sottolinea la sua ricaduta economica e occupazionale. Melilla osserva che all’epoca si stimò che l’opera avrebbe fruttato 400 posti di lavoro nel cantiere per 5 anni, 20 nei successivi 4 anni e nella fase media una occupazione annua di 20 unità per l’esercizio delle reti, di 380 unità per l’agricoltura, l’agroindustria e l’itticoltura e 120 unità impiegate nell’indotto.

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