Dona un rene e salva il marito «Nella coppia è normale aiutarsi»

I coniugi teramani raccontano l’odissea prima di arrivare all’ospedale di Ancona per l’intervento «Hanno cercato di scoraggiarci, ma noi abbiamo tenuto duro. E ora stiamo bene entrambi»
TERAMO. «Siamo una coppia e le difficoltà le affrontiamo in due». In queste semplici parole c’è l’essenza di un grande atto d’amore. E’ quello che Lucia Giannandrè, teramana di 54 anni insegnante di scienze motorie, ha compiuto, donando un rene al marito, Vincenzo D’Orazio, impiegato di banca 55enne, anche lui teramano.
La donna ha regalato al marito una vita piena, affrancandolo dalla schiavitù della dialisi, a cui sarebbe dovuto ricorrere di lì a poco a causa di una grave insufficienza renale. Nella prima parte della lunga malattia, D’Orazio è stato curato nel reparto di nefrologia dell’ospedale di Teramo. Poi è arrivato il momento della scelta, con il peggiorare delle sue condizioni e l’avvicinarsi della dialisi.
I tempi del trapianto tradizionale sono molto lunghi. Allora i due coniugi teramani nel 2013 hanno deciso di rivolgersi a un ospedale in Lombardia. Qui, raccontano i coniugi sposati da 27 anni, «ci hanno subito scoraggiato, eliminando qualsiasi speranza». L’alternativa era appunto la dialisi ma i due teramani non hanno desistito e hanno tentato, a inizio del 2014, con l’ospedale Le Torrette di Ancona. Qui sono stati sottoposti alle prove per accertare la compatibilità, che hanno dato esito positivo. L’iter per arrivare alla “donazione da vivente” è stato lungo, fra esami e autorizzazioni del tribunale. Fino ad arrivare al doppio intervento, avvenuto il 17 giugno dell’anno scorso. Il rene è stato prelevato alla moglie con chirurgia laparoscopica. Entrambi gli interventi sono perfettamente riusciti. «Non ho avuto ripercussioni, sto benissimo. Non sono mancata dal lavoro nemmeno un giorno», racconta Lucia Giannandrè, «e dire che ci avevano consigliato di non farlo, era rischioso e dovevamo tenere conto delle nostre due figlie. Siamo stati aiutati anche dalla grande professionalità e umanità dei medici, che ci hanno aiutato ad andare avanti». Il caso della coppia di teramani è stato seguito dall’equipe del primario di nefrologia, Giovanni Maria Frascà, e della chirurgia dei trapianti, Marco Vivarelli.
«La donazione da vivente è un importante atto d’amore», commenta Eleonora Corona, segretario regionale dell’Aned (l’associazione dializzati e trapiantati), «la scienza ha determinato che si può vivere bene anche con un solo rene, ma comunque questo tipo di donazione implica un atto d’amore importante. Molti sono frenati perchè a differenza della donazione di sangue o di midollo, questa implica un intervento a tutti gli effetti. Altri temono che il trapianto possa non andare bene e il paziente debba tornare in dialisi. Le implicazioni psicologiche sono diverse. Conosco persone in dialisi che si sono poste il problema e non accetterebbero mai un rene dal proprio congiunto perchè si sentirebbero in colpa. Ma se si riescono a superare tutte queste barriere, nei casi in cui è avvenuto, il donare e ricevere è stato gratificante per entrambi. Anche perchè sottoporsi a dialisi non è affatto uno scherzo: la dialisi è equiparata a una detenzione, è limitante, ti lega alla tua città e all'ospedale». Eleonora Corona ricorda poi che per il trapianto da vivente la legislazione è molto attenta: interviene il tribunale, tramite anche colloqui con psicologi, per l'autorizzazione: ci deve essere una volontà espressa molto chiaramente.
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