Donne in agricoltura, la provincia di Teramo oltre la media nazionale con il 42%

Nel comparto è forte la presenza di imprenditrici, ma pesano spopolamento e ricambio generazionale. Di Furia: «Va migliorato l’accesso al credito e servono servizi per le aree interne»
TERAMO. Nel comparto agricolo e zootecnico la provincia di Teramo vanta un primato: oltre il 42% di presenze di donne, a fronte di una media nazionale del 32% e del dato abruzzese che si attesta al 41,9%. Dati che evidenziano il ruolo determinante della presenza femminile nei sistemi agroalimentari come imprenditrici, innovatrici e forza lavoro, ma con una disparità nell'accesso alle risorse e alle opportunità. Un tema a cui dà attenzione, con uno sguardo che abbraccia tutti gli aspetti del comparto, la nuova presidente della Cia Teramo-L'Aquila Anna Maria Di Furia: è la prima donna a guidare la Confederazione italiana agricoltori ed è chiamata ad affrontare sfide cruciali per il nostro territorio. «La presenza delle donne è fondamentale nel comparto perché hanno dimostrano attitudine alla multifunzionalità: nel Teramano gestiscono le aziende e la maggior parte degli agriturismi», dice Di Furia, «Ma sono fortemente penalizzate nei tavoli decisionali e nell’accesso al credito ed è necessario e prioritario cambiare questa situazione».
Presidente, allargando l’orizzonte, com’è la situazione dell’agricoltura e della zootecnia in provincia?
«È problematica perché le imprese non hanno un ricambio generazionale e l’età media del settore è di 59 anni, con una “massa critica” di imprenditori e operatori che supera i 60 anni».
Quali sono i punti di forza e di debolezza della nostra provincia per lo sviluppo agricolo?
«I punti di forza sono la versatilità e l’attrattività del territorio con la nostra provincia che vanta la presenza maggiore di aziende multifunzionali, di molte produzioni dell’atlante regionale dei prodotti tradizionali e con la crescita dell’oltre 15% del biologico. I limiti sono costituiti dalla fauna selvatica, dallo spopolamento delle aree interne e dai problemi di ricambio generazionale ed eccessiva burocrazia».
La presenza di fauna selvatica sta diventando un’emergenza?
«E’ uno dei problemi più grandi in Abruzzo, in particolare nelle province di Teramo e l’Aquila. Le istituzioni come la Regione non ci aiutano perché non prendono decisioni e misure efficaci e con gli ambientalisti sempre pronti a insorgere. Non chiediamo una mattanza indiscriminata, ma una riduzione controllata della fauna selvatica».
L’entroterra sta pagando l’abbandono agro-pastorale a causa dello spopolamento?
«Lo spopolamento si è acuito con il terremoto: tante persone si sono trasferite nei centri più grandi abbandonando la terra e trovando lavoro nell’industria. Ma è pur vero che non è sempre facile restare e investire in questi territori perché mancano servizi e infrastrutture, la base per un’azienda e per una famiglia. Il tutto va ad aumentare la presenza di terreni incolti che rendono il territorio fragile e a rischio di dissesto-idrogeologico e incendi».
Come intervenire per riportare le aziende agricole nelle aree interne?
«Innanzitutto garantendo i servizi. Poi tenendo conto che l’agricoltore e l’allevatore sono i custodi del territorio che puliscono i terreni e regimentano le acque. L’Italia deve pensare all’istituzione del reddito minimo a chi fa impresa agricola nelle aree interne: una sorta di remunerazione per i servizi ecosistemici».
Perché non c’è ricambio generazionale?
«In Abruzzo e nel Teramano i giovani imprenditori sono il 6%, al di sotto del dato nazionale del 7,5%. Purtroppo al duro mestiere del contadino e dell’allevatore le istituzioni e le comunità danno sempre meno importanza. Le norme sono eccessive e talvolta spropositate tra piccole attività e industrie, la politica comunitaria genera lungaggini e c’è la crescita dei costi di produzione che incide sul reddito dell’imprenditore».
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