«Donne uccise, lo Stato sta a guardare»

22 Aprile 2018

Il papà di Melania Rea nel settimo anno senza la figlia massacrata con 35 coltellate: «Manca la certezza della pena»

TERAMO. «Lo Stato resta a guardare mia figlia Melania e tutte le altre donne ammazzate». È una manciata di parole che ferma il tempo e il respiro di chi ascolta. Perché tra il dolore e la rabbia resta uno spazio infinito: quello per trovare un senso e continuare a vivere. Ci finisci all’improvviso e il senso di ingiustizia ti soffoca. Gennaro Rea, maresciallo dell’aeronautica in pensione, asciuga ogni retorica nei giorni di un altro anniversario senza la sua Melania, massacrata con 35 coltellate sferrate dal marito Salvatore Parolisi il 18 aprile del 2011. «Come sto?», risponde, «lei come si sentirebbe pensando che sua figlia è sotto terra?». Negli ultimi sette anni tutto è girato vorticosamente nella sua vita, la stessa vita si è girata e rigirata e alla fine si è fermata sotto sopra, lasciandolo in quella posizione innaturale di genitore senza più figlio che: «Mi fa morire ogni giorno ma mi fa pure pensare».
Dopo Melania è arrivata la legge contro il femminicidio, ma la strage continua. Che cosa manca?
«Manca la certezza della pena in questo Paese in cui lo Stato continua a guardare questo infinito elenco di donne uccise da uomini. Guardi il caso della mia Melania e pensi che tra qualche tempo l’assassino di mia figlia potrà pensare alla libertà, a rifarsi una vita, come se l’omicidio fosse stato una parentesi. Io non credo che chi ha ucciso in quel modo possa redimersi, possa pentirsi. Penso invece che chi ha fatto una cosa così possa rifarla. E allora credo che sia giusto che resti in carcere per sempre, che si butti la chiave perché uno che fa una cosa del genere può solo rimanere in cella. Dopo l’omicidio di Melania la mia famiglia ha fondato un’associazione contro la violenza sulle donne perché l’attenzione resti sempre alta, ma è lo Stato che deve fare di più».
Parolisi è stato condannato ad una pena definitiva di vent’anni dopo che la Cassazione ha eliminato l’aggravante della crudeltà. Lei crede sia stata fatta giustizia?
«Non posso dire che mia figlia abbia avuto giustizia perché non l’ha avuta. Il marito l’ha uccisa con 35 coltellate mentre la loro figlioletta di 17 mesi era in macchina, l’ha lasciata agonizzante in un bosco e dopo qualche giorno è tornato ad oltraggiare il corpo per depistare le indagini. Ma per i giudici questo non vuol dire essere crudeli. Parolisi ha sempre mentito, ha mentito a noi, agli investigatori che cercavano la verità. Ha sempre raccontato bugie ma nonostante questo è stato premiato dalla giustizia e forse lo sarà ancora. Ma io oggi non mi aspetto niente. Da genitore spero che nessuno debba mai trovarsi nella situazione che viviamo io e mia moglie. Melania ci riempiva la vita e con il passare degli anni la sua assenza ci pesa sempre di più, anche se abbiamo nostra nipote che ci fa pensare al futuro e ogni giorno cerchiamo di essere il meglio per questa bambina che oggi è la nostra unica ragione di vita».
Sua nipote aveva 17 mesi quando la madre venne uccisa a pochi metri dall’auto in cui si trovava. Oggi ha 8 anni e vive con lei e sua moglie dopo l’affidamento del tribunale dei minori. Prima o poi farà delle domande.
«Le fa già perché noi parliamo sempre di sua mamma. È seguita dagli psicologi del tribunale e cresce benissimo. Negli anni anche io e mia moglie siamo diventati psicologi, psicologi di noi stessi, per affrontare con lei tutto al meglio cercando di mettere da parte il dolore di genitori per essere solo nonni. E vedere come cresce serena ci riempie la vita. Ma tutte le volte che la guardo penso con rabbia a chi le ha impedito di crescere con sua madre, con una ragazza che aveva solo 29 anni e tanta voglia di vivere. Mia nipote non potrà mai ricordare una sua carezza, una sua parola, una sua favola della buonanotte».
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