«Dopo 10 anni nessuna giustizia per la morte di mio fratello»

28 Luglio 2019

Nel 2009 il 14enne Lorenzo Di Patrizio annegò nei vasconi di Carapollo mentre era con tre amici  La sorella Francesca: «Due processi senza colpevoli e gli impianti restano privi di sorveglianza»

TERAMO. Dieci anni dopo il ragazzo che non c’è più è in mille pensieri, azioni, ricordi: oggi Lorenzo Di Patrizio avrebbe 24 anni e una vita da inseguire. «Lo immagino come un ragazzone con una gran voglia di vedere il mondo» dice la sorella Francesca. Il dolore è materia delicata e ci sono molti modi per raccontarlo, per sottrarlo all’usura del tempo. Perché conservare la memoria di ciò che è stato significa ricordare che la storia di Lorenzo non doveva finire così. «Sono passati dieci anni, mio fratello non ha avuto giustizia e quei vasconi sono ancora lì senza nessuna sorveglianza»: Francesca oggi è una giovane donna che non si arrende con la forza e il coraggio di chi crede in uno Stato di diritto.
Lorenzo aveva 14 anni quando il 20 luglio del 2009 annegò in uno dei vasconi del Consorzio per lo sviluppo industriale, in contrada Carapollo alle porte di Teramo, mentre era con tre amici. Un’inchiesta archiviata della Procura dei minori dell’Aquila, due processi penali chiusi con due assoluzioni per gli allora dirigenti dell’ente accusati di omicidio colposo e un procedimento civile appena iniziato raccontano le tappe giudiziarie di una vita che non c’è più e di quelle che restano. Papà Sandro, mamma Rossella, Carlo e Francesca i fratelli più grandi di Lorenzo, il piccolo di casa. «Ma noi non ci arrendiamo», dice Francesca, «perché non ci sarà mai pace senza giustizia. Ecco la giustizia ci dovrebbe dare un pò di pace, dovrebbe quantomeno lenire la sofferenza ma in questo Paese le vittime hanno sempre meno giustizia. Io però continuo a credere in uno Stato di diritto e la mia famiglia non si arrenderà mai. Lo dobbiamo a Lorenzo».
Sin dall’inizio la famiglia di è opposta alle varie richieste di archiviazione riuscendo ad ottenere due processi. Cosa vi aspettavate?
«Una giustizia che ancora non c’è stata mentre dopo dieci anni quei vasconi sono ancora lì senza nessuna sorveglianza se non una recinzione ed un paletto sistemato. E’ stato solo aggiustato il varco da cui quel drammatico pomeriggio di luglio di dieci anni fa mio fratello e i suoi tre amici entrarono. Con il nostro avvocato Nicola Rago, che per noi è diventato uno di famiglia, abbiamo passato cinque anni ad opporci alle richieste di archiviazione fatte dalla Procura. Ci sono stati due diversi processi finiti con altrettante assoluzioni che non capiamo. Così come non abbiamo mai capito perché invece di chiedere archiviazioni non hanno fatto ulteriori indagini, disposto una perizia, sequestrato l'area. Dopo la fine di tutti i procedimenti penali, ora è in corso quello civile in cui ci sono già stati due rinvii. Nel frattempo quell’impianto non era a norma e tale è rimasto».
Quel giorno con suo fratello c’erano tre suoi amici coetanei. In tutti questi anni lei che idea si è fatta?
«In dieci anni nessuno di loro ci ha detto quello che è successo veramente quel pomeriggio. Ognuno ha dato una sua versione. Io credo fermamente che Lorenzo non si sia buttato da solo. Non era un amante dell’acqua e non avrebbe mai fatto il bagno con il telefono cellulare (l’apparecchio venne ritrovato nella tasca del ragazzino (ndr). Noi non abbiamo mai accusato nessuno perché erano tutti ragazzi, ma da noi in tutti questi anni non è mai venuto nessuno. Nè i ragazzi, nè le loro famiglie. La verità non è mai stata detta e quella giudiziaria non è mai stata stabilita. Così questi dieci anni sono trascorsi a caccia della verità fuori e dentro le aule di tribunale, ma non è arrivata da nessuna parte. La mia famiglia, però, non si arrende. Intanto quei vasconi continuano a rimanere così, quasi fossero delle piscine. Secondo noi le norme di sicurezza non c’erano allora e non ci sono adesso nonostante quello che è successo. L’unica differenza è che hanno sistemato quel varco nella recinzione, ma ancora oggi chi vuole può entrare. Durante i due processi sono stati ascoltati in aula dei testimoni, si tratta di persone che lavorano in uffici della zona, che hanno raccontato di tutte le volte che hanno dato l’allarme vedendo ragazzi entrare per fare il bagno».
Oggi cosa si aspetta dalla giustizia?
«Io e la mia famiglia ci aspettiamo che ci dia delle risposte. È un dato di fatto che si entrava dove non si poteva entrare e che il paletto della recinzione mancava da più di quindici anni. Ma in questi anni di udienze abbiamo capito che quelli che sembrano fatti oggettivi nelle aule di tribunale possono essere visti anche in altri modi. Quando ci sono state le sentenze di assoluzione per noi è stato come se Lorenzo fosse morto una seconda volta».
Lei ha chiamato una delle sue figlie come suo fratello. Se fosse vivo oggi avrebbe 24 anni e sarebbe nel pieno della sua esistenza. Come lo immagina?
«Tra me e lui c’era una differenza di 12 anni. Era il piccolo di casa, non stava mai fermo, era sempre in movimento. Quell’estate aveva finito la terza media e si era iscritto all’Itis, l’istituto professionale. A lui piaceva tutto quello che era meccanica, piacevano moltissimo le macchine. Oggi penso che sarebbe un ragazzone, già allora era molto grande per la sua età, innamorato della vita e pronto a girare il mondo. Con il sorriso sempre stampato e quello sguardo che non dimenticherò mai: quello di chi si apre alla vita come solo a quell’età si può fare. L’ultimo ricordo che ho di lui risale proprio al pomeriggio della tragedia. Eravamo fuori casa e lui disse a papà che gli si era rotta la bicicletta. Ricordo che faceva caldo e stavamo tutti fuori. Papà gli aggiustò la bicicletta e lui andò con i suoi amici. Lorenzo aveva solo 14 anni e tutta una vita davanti che non ha vissuto. Se esiste una giustizia ci deve dare delle risposte perché per noi non ci sarà mai pace senza giustizia. Nel nome di mio fratello Lorenzo».
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