Dopo cento anni chiude la tipografia Interamnia

17 Gennaio 2016

È nata agli inizi del ’900 e si è chiamata a lungo Ars et labor I tre soci della cooperativa di via Stazio ora sono in pensione

TERAMO. Teramo ha perso una delle sue aziende storiche, che hanno scritto – è proprio il caso di dirlo – la storia della città dagli inizi del Novecento. Dal 1° gennaio ha chiuso la storica tipografia Ars et Labor, negli ultimi tempi chiamata Interamnia: gli ultimi due soci sono andati in pensione.

La tipografia, una delle prime in città, era attiva dai primi del secolo scorso, quando venne acquistata negli anni Trenta dal vescovo. Qualche anno dopo venne rilevata dagli operai che si costituirono in cooperativa: il primo presidente fu Pietro Palucci, detto “Ptrucc” e c’erano 9 soci. L’ultimo presidente è stato Bruno D’Ottavio, che aveva iniziato da ragazzo a fare il tipografo, sotto la guida di “Ptrucc”, quando la composizione dei caratteri veniva fatta anche a mano. «La Ars et Labor», racconta D’Ottavio, è andata avanti fino al 1990, poi si sciolse e i tre soci rimasti diedero vita alla cooperativa Interamnia: eravamo Dino Di Simone, Giuseppe Tacconelli e io. Ora siamo tutti e tre in pensione». Gli ex titolari stanno smantellando le attrezzature nei locali di via Stazio, che per un secolo hanno ospitato la tipografia. «Nessuno ha voluto rilevare l’attività. Il settore è in crisi, è difficile partecipare alle gare: i margini di guadagno sono risicati, le tasse sono quello che sono. Anche volendo continuare non ce facevamo». D’Ottavio è una miniera di ricordi, nella tipografia ha passato quasi 50 anni: «ai vecchi tempi stampavamo l’Eco di San Gabriele, l’Araldo abruzzese e ultimamente bollettino diocesano. Fra i nostri clienti, oltre alla curia, c’erano tanti altri enti». Fra gli aneddoti ce n’è uno che coinvolge Giammario Sgattoni, intellettuale scomparso da tempo, responsabile dell’ente del turismo. «Fece stampare il materiale per la sagra della porchetta di Campli, e nella scritta “Sagra della porchetta italica” ci fece andare a capo in maniera sbagliata per richiamare l’attenzione. Ricevemmo tante proteste, la gente non aveva capito che era voluto. Però l’obiettivo fu raggiunto e ancora ora il logo va a capo in modo sbagliato». (a.f.)

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