E c’è l’inchiesta-bis sul fallimento Dimafin

La bancarotta della società del costruttore Di Mario riguarda anche i vertici della banca teramana
TERAMO. Non c’è solo questo procedimento che riguarda la Banca Tercas. Il processo che si aprirà a gennaio davanti al tribunale di Roma discende dall’inchiesta principale, ma accanto c’è un’inchiesta-bis, che partendo dal fallimento Dimafin si interseca con la vicenda del crac della banca teramana. Per questa seconda inchiesta i sostituti prcuratori di Roma Francesca Loy e Giuseppe Cascini hanno inviato tempo fa l’avviso di conclusione delle indagini a 37 persone. Un atto che prelude alla richiesta di rinvio a giudizio, per tutti o parte degli indagati, alcuni dei quali sono coinvolti anche nell’inchiesta principale. Tra gli indagati ritroviamo infatti l’ex direttore generale della Tercas Antonio Di Matteo e l’ex presidente Lino Nisii. Con loro alcuni componenti del consiglio di amministrazione della banca nel periodo che va dal 2008 al 2011 e dirigenti di altre banche che hanno avuto a che fare con il crac Dimafin, un fallimento da 500 milioni. E la Dimafin era la finanziaria del costruttore molisano Raffaele Di Mario, che avrebbe ricevuto finanziamenti da parte della Tercas e di altri istituti di credito proprio mentre stava per fallire. Secondo le accuse le banche avrebbero tenuto artificialmente in vita la Dimafn con minime iniezioni di liquidità, in a modo che la finanziaria potesse avere il tempo di rientrare almeno parzialmente dall’enorme esposizione che aveva con gli stessi istituti di credito. In tal modo le banche avrebbero favorito i loro interessi ai danni degli altri creditori della finanziaria del costruttore molisano e infatti l’accusa principale è quella di bancarotta. Quando partì l’inchiesta lo stesso Di Mario aveva riferito ai magistrati che le banche, pur essendo al corrente dei gravi problemi finanziari del suo gruppo, gli avrebbero imposto una serie di operazioni in perdita a loro esclusivo vantaggio: i finanziamenti erogati tornavano alle banche che, secondo Di Mario e il socio Lucio Giulio Capasso – entrambi arrestati per quella vicenda – avevano elaborato un piano per portare il gruppo al fallimento e spartirsi i suoi beni. (e.a.)
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