«E’ un assassino, deve stare in carcere»

2 Febbraio 2017

La compagna e i familiari dell’imprenditore ucciso contro gli arresti domiciliari concessi al caldaista condannato a 14 anni

GIULIANOVA. Le parole si muovono tra le ferite. Che sanno di rabbia e indignazione. «Ma che giustizia è questa che fa uscire dal carcere un assassino?» chiede Renate Mihaela Barcaru. Non sa che farsene di tecnicismi e ordinamenti giuridici la compagna di Paolo Cialini, il 41enne imprenditore di Giulianova ucciso al culmine di una lite stradale dalla coltellata sferrata da Dante Di Silvestre, 60enne caldaista di Mosciano che da lunedì è agli arresti domiciliari dopo otto mesi in carcere. Sconterà a casa la condanna a 14 anni: il gip ha accolto l’istanza dei difensori perchè, ha scritto il magistrato nell’ordinanza, «le esigenze cautelari possono essere garantite anche con misure meno afflittive».

Renate, mamma e compagna, cerca di dare un senso alle cose. «Ma non ci riesco», dice, «cerco di capire ma non riesco a darmi delle spiegazioni logiche per quello che sta succedendo. Il padre di mia figlia è morto, ucciso davanti alla sua bambina rimasta in macchina. L’uomo che lo ha assassinato è uscito dal carcere, è tornato a casa. Ma il mio Paolo non tornerà più. Questo è giusto? Questa è giustizia? Io spero che l’uomo che ha reso mia figlia orfana torni in carcere al più presto. Nessuno ci ha mai chiesto scusa per quello che è successo, nessuno ha mai avuto parole di pietà per noi. Allora dico che questa giustizia non funziona».E contro il provvedimento degli arresti domiciliari si schiera anche l’avvocato Massimo Di Bonaventura, il legale che assiste la sorella e la mamma di Cialini. «E’ un provvedimento che contesta per la mancanza di una idonea e valida motivazione», commenta, «i familiari sono indignati per questo provvedimento, profondamente delusi rispetto ad un omicidio così efferato. Faranno di tutto per far tornare in carcere un assassino».

Dante Di Silvestre a dicembre è stato condannato in primo grado a 14 anni per omicidio volontario (rito abbreviato). Il delitto avvenne sotto gli occhi della figlia della vittima, una bimba di sei anni rimasta in macchina. Tutto in pochi attimi lo scorso 14 giugno quando Di Silvestre e Cialini, a bordo delle rispettive auto, si incrociarono per strada a Giulianova. Tra i due scoppiò un litigio per questioni stradali, una discussione che degenerò in pochi minuti e che culminò con la coltellata sferrata da Di Silvestre. Coltellata fatale. Nelle motivazioni della sentenza di condanna il giudice Giovanni de Rensis (lo stesso che ha accolto l’istanza degli avvocati Gennaro Lettieri e Nadia Baldini, difensori di Di Silvestre) ha delineato i contorni di un delitto d’impeto, chiudendo ad ogni ipotesi di omicidio preterintenzionale ma mettendo nero su bianco che in questo caso «non si sta giudicando un assassino che ha agito con freddezza e pacatezza d’animo». Riconoscendo all’imputato le attenuanti generiche e l’atteggiamento avuto dopo l’aggressione: quel giorno fu lo stesso Di Silvestre a chiamare il 118, rimanendo sul posto in attesa dei soccorsi. Ma sottolineando che «bisogna effettivamente ritenere che il Di Silvestre abbia previsto e voluto l’evento morte quale fine ultimo della propria condotta». E aggiungendo «le considerazioni appena illustrate impediscono di poter anche soltanto ipotizzare una qualificazione della condotta in questione nel dettato dell’articolo 584 c.p. (omicidio preterintenzionale ndr), poichè la violenta coltellata inferta dall’imputato giammai poteva essere finalizzata ad infliggere al Cialini delle semplici lesioni, essendo invece sorretta, quanto meno, dal coefficiente psicologico della previsione e della volontà della morte del contendente quale conseguenza certa ed altamente probabile dell’aggressione».

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