Ex Monti, la consulenza svela irregolarità

Il tecnico della Corte d’appello riscontra «difformità tra il Prusst e i permessi». Sentenza l’8 luglio
ROSETO. «Si ravvisa la non conformità dei permessi di costruire inerenti la realizzazione delle palazzine A, B e C, rispetto al Prusst approvato». E’ quanto dichiarato nella perizia del consulente tecnico d’ufficio Carlo La Rovere, nominato dal collegio giudicante della Corte d'appello dell’Aquila, in merito all'area Prusst-Monti a Roseto, e in seguito alla verifica fatta da La Rovere a metà aprile nelle tre palazzine per rilevare le misure dei fabbricati. La sentenza d’appello ci sarà l’8 luglio.
Continua dunque la lunga vicenda giudiziaria relativa all’area ex Monti, partita da una denuncia dell’imprenditore Alberto Rapagnà, che si era costituito parte civile nel processo. Nella sentenza di primo grado, il 2 novembre 2016, ci fu l’assoluzione di tutti gli imputati, il costruttore Giovanni Lucidi, il progettista Tito Rocci, il tecnico progettista Mauro Torzolini, l’allora dirigente comunale Lorenzo Patacchini, il tecnici comunali Mario Di Nicola e Miranda Saponaro, e l’acquirente di uno degli appartamenti, Paolo Di Gregorio, perché il fatto non sussiste. Sia la Procura però, sia Rapagnà, presentarono ricorso in appello.
Nella perizia si fa riferimento anche a difformità dal Prusst. «La difformità che si riscontra», si legge nella perizia del Ctu, «tra i permessi di costruire e lo strumento urbanistico di riferimento non risiede nell’aver consentito modifiche geometriche degli edifici che potevano ritenersi ammessi nei limiti previsti dalla convenzione, ma nell’aver concesso all’attuatore privato, a posteriori, di utilizzare all’interno di ogni palazzina un piano in più, il piano 5° sottotetto, rispetto a quanto previsto nel Prusst approvato, piano che non era stato considerato né negli elaborati del Prusst, nei quali compariva come semplice intercapedine inaccessibile, né nel relativo accordo negoziale basato sul rapporto tra costo di costruzione complessivo e costo di costruzione delle parti da cedere, il quale pertanto avrebbe necessitato di una rimodulazione».
L’imprenditore Rapagnà inoltre, riferendosi alla perizia, aggiunge altre difformità rilevate sui locali da cedere al Comune. «Nella superficie di 800 metri quadrati», evidenzia Rapagnà, «è stato fatto comprendere con un artificio una superficie destinata ad atrio non computata ai fini della superficie edificabile, per cui la stessa, di 72 metri quadrati, contemporaneamente è stata ceduta al Comune di Roseto ed è stata utilizzata dalla Alfa Immobiliare per realizzare due unità abitative illegittime». (l.v.)

