Fallimenti, è record Il giudice: sono reali, io non vedo furbi

24 Ottobre 2014

Da gennaio ad oggi già 120 procedure oltre a 40 concordati I casi di chi ha chiesto aiuto per sfamare la famiglia

TERAMO. Le vite distrutte dei piccoli imprenditori sono nei numeri: da gennaio ad oggi 120 fallimenti che in proiezione superano già i 150 di tutto il 2013. L’Italia che cambia inghiotte gente così, gente normale, gente entrata nelle statistiche della nuova povertà senza saperlo, finita nei tribunali fallimentari perchè senza scelta. «Quasi tutti imprenditori per bene perchè non sto vedendo delinquenti, anche se quelli scaltri non mancano», dice Giovanni Cirillo da fine 2013 giudice delegato ai fallimenti al tribunale di Teramo. Ed è da questo osservatorio che la crisi del settore edilizio e manifatturiero, il cuore dell’economia locale, prende forma nelle storie di uomini e donne spazzati via da un mercato sempre più difficile e da uno scenario internazionale in cui c’è sempre meno spazio per tutti. Allora sopravvivere diventa impossibile, perchè anche mettere insieme un pasto per te e la tua famiglia è difficile. «Molti imprenditori con sentenze di fallimento», dice Cirillo, «sono venuti a chiedere di far fronte a delle esigenze primarie, come quella di poter mangiare. Per loro, e non sono pochi, sono state presentate delle istanze alle casse fallimentari».

E se un magistrato che per quasi 20 anni è stato in prima linea nella trincea del penale tra Salerno, Giulianova e Teramo dice «ero sicuramente più tranquillo nel penale perchè qui ogni giorno tocco con mano la realtà di persone distrutte dopo aver lavorato una vita» allora si può ben intuire cosa significhi stare in un tribunale fallimentare. Perchè oggi la linea giurisprudenziale spesso è tracciata proprio dalla crisi economica e dal tracollo di centinaia di imprese. Laddove è possibile l’obiettivo è scongiurare il fallimento, uscire dalla crisi salvando il patrimonio umano, d’esperienza ed economico di un ’azienda. E in un mercato sempre più difficile, con la pubblica amministrazione sempre più in ritardo nei pagamenti degli appalti e con un sistema creditizio sempre più chiuso, è evidente che anche le normative debbano adeguarsi per garantire, laddove è possibile, il proseguimento e non la dissoluzione di un’ attività. E in questa direzione vanno i concordati preventivi (40 quelli concessi dall’inizio dell’anno), in particolare quelli in continuità aziendale introdotti con il cosiddetto decreto sviluppo nell’ambito delle modifiche alla legge fallimentare. Il concordato con continuità aziendale non prevede sic et simpliciter la liquidazione dell’impresa, ma il suo obiettivo è la prosecuzione attraverso un risanamento dell’attività. La continuità è l’elemento che “scuda” da ipotesi di fallimento e, per legislatore e addetti ai lavori, rappresenta una fortissima tutela per il debitore. Nel frattempo il tribunale si fa garante dando all’impresa la possibilità di una sorta di “finanza ponte” che le consenta di ottenere in tempi rapidi le risorse necessarie per continuare l’attività aziendale e dare esecuzione al piano. «Il buon esito di queste procedure è del 20%», dice Cirillo, «anche se molto spesso non c’è programmazione e questi piani vengono fatti male. A volte ci può essere un uso strumentale da parte dell’imprenditore che in questo modo ha tempo per far sparire la liquidità visto che l’approvazione blocca tutto. Bisogna sottolineare che il tribunale controlla dal punto di vista giudiziario, poi c’è l’esame dei creditori». Ma è uno strumento a cui ricorrono soprattutto le grandi imprese. Ed è coniugando il rigore del codice con la realtà di tutti i giorni che Cirillo conclude: «Non è mai facile riconoscere una situazione di difficoltà, ma una volta fatto non bisogna perdere tempo nel decidere di presentare un piano di concordato».

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