Fallimento della Diesse condannata anche la Bnl
La banca vantava un credito di 900mila euro, ma rifacendo i conti il tribunale ha accertato che in realtà era debitrice di 180mila euro. Il caso del mutuo nullo
TERAMO. Tassi extralegali sullo scoperto di conto corrente, anatocismo (interessi sugli interessi), perfino un mutuo nullo. Rifacendo i conti è risultato, ancora una volta, che la banca anziché essere creditrice era debitrice. Si è conclusa con un’altra banca condannata – questa volta la Bnl – la vicenda che riguarda il fallimento della Diesse, azienda con 200 dipendenti di cui era titolare l’imprenditore Dino Terramani, caso diventato emblematico del rapporto malato fra imprese e credito. Come era già successo ad altre banche, il giudice del tribunale di Teramo Paolo Vassallo ha condannato la Bnl, che vantava un credito di oltre 900mila euro, al pagamento in favore della curatela fallimentare Diesse di 186mila euro: a tanto ammontava infatti il vero saldo finale del rapporto di conto corrente a favore dell’azienda.
Uno sbilancio che – come accertato anche nelle altre cause intentate dalla curatela – era dovuto al calcolo errato degli interessi, al superamento della soglia legale per determinare i tassi, all’anatocismo e ad altre clausole del contratto ritenute illegittime.
In particolare, nella sentenza si fa riferimento alla clausola «contenente un generico riferimento alle condizioni usualmente praticate dalle aziende di credito sulla piazza», che, osserva il giudice nella sentenza pubblicata il 29 maggio scorso, «potrebbe ritenersi valida ed univoca solo se fosse coordinata all’esistenza di vincolanti discipline fissate su larga scala nazionale da accordi interbancari». Nulla di tutto questo, ma nel procedimento, rispetto a quelli analoghi conclusi in precedenza, c’è anche il particolare del mutuo fondiario di 300mila euro che l’azienda aveva dovuto contrarre con la stessa banca per ripianare lo scoperto. «In tali casi», recita la sentenza, «al contratto non può riconoscersi la natura giuridica di mutuo fondiario, in quanto le somme mutuate, anziché essere destinate alla funzione tipica di tale categoria di mutuo (che è quella di favorire il finanziamento del mutuatario) non vengono poste nella completa disponibilità del mutuatario, ma servono unicamente ad estinguere le pregresse esposizioni debitorie dello stesso verso la banca mutuante». Tuttavia, osserva il giudice, questo non determina di per sé l’illegittimità del contratto; il problema reale è che il mutuo serviva per ripianare un debito inesistente, visto che la banca non era creditrice bensì debitrice nei confronti dell’azienda ed è per questo motivo che nella sentenza se ne dichiara la nullità, con tutte le conseguenze sul calcolo dei presunti debiti dell’azienda .
«E’ vero che la giustizia deve tenere conto dei diritti di chiunque, anche dei creditori non soddisfatti», è il commento di Gennaro Baccile, presidente onorario dell’associazione Sos utenti che ha seguito la vicenda fornendo assistenza tecnica e perizie contabili, «ma per evitare drammi come quello della Diesse, i creditori di aziende che non riescono ad onorare i debiti commerciali prima di avanzare istanze di fallimento cooperino con il debitore per recuperare gli indebiti bancari perchè, spesso, si riesce a soddisfare sia chi avanza soldi sia chi appare in difficoltà fallimentare. Questi, in realtà, come nel caso della Diesse, recuperando tutti gli indebiti bancari, a seguito di contenzioso giudiziario che può durare decenni, si scopre che disponeva di abbondante liquidità per onorare i debiti commerciali e continuare l'attività aziendale».©RIPRODUZIONE RISERVATA

