False cittadinanze L’ufficiale civile torna in servizio

29 Dicembre 2018

Pineto, il tribunale del Riesame revoca la sospensione Rientrano al lavoro anche quelli di Roseto e Castellalto

PINETO. Il tribunale del Riesame irrompe nell’inchiesta sulle presunte cittadinanze false a centinaia di cittadini sudamericani. Lo fa riportando al lavoro i tre ufficiali di stato civile di Pineto, Castellalto e Roseto sospesi a fine novembre con un provvedimento emesso dal gip Roberto Veneziano su richiesta del pm Stefano Giovagnoni.
Il tribunale del Riesame ha accolto i ricorsi delle difese differenziando le posizioni dei dipendenti. Per quanto riguarda Elisabetta Coletti del Comune di Pineto (assistita dall’avvocato Monica Passamonti) i giudici aquilani (collegio presieduto da Marco Billi) hanno revocato del tutto l’ordinanza di sospensione, mentre per gli altri due (Gentilina Casini di Roseto, assistita dall’avvocato Pietro Referza, e Sabatino Di Donato di Castellalto assistito dall’avvocato Giovanni Gebbia) hanno stabilito il rientro sul posto di lavoro con il divieto di occuparsi di questioni riguardanti pratiche di rilascio di cittadinanza.
L'inchiesta aperta dalla Procura teramana sulle presunte residenze fittizie per l'ottenimento della cittadinanza tramite naturalizzazione da parte di cittadini brasiliani che vantano avi italiani a luglio aveva già portato alla notifica di dieci ordinanze di divieto di dimora per altrettanti titolari di agenzie di intermediazione. Ai funzionari vengono contestati il falso in atto pubblico e l'abuso d'ufficio continuato ed in concorso. Le indagini della squadra mobile avrebbero fatto emergere come 690 cittadinanze, richieste dal 2015 al 2017 da altrettanti cittadini brasiliani, sarebbero state rilasciate senza i relativi presupposti. Accuse, quelle della Procura, tutte da provare nel corso di un eventuale dibattimento.
Dice l’avvocato Passamonti: «La mia assistita già dall’aprile 2017 non svolgeva più attività sulle pratiche di cittadinanza e lo abbiamo dimostrato esibendo tutta una documentazione. Se da un lato si può essere soddisfatti per la revoca dell’ordinanza, dall’altro lato come avvocato ho un forte rammarico per due motivi. Il pm quando a maggio del 2018 chiese l’applicazione della misura cautelare interdittiva non verificò che la mia assistita già da un anno prima non era più addetta alla pratiche sul riconoscimento della cittadinanza». E così prosegue il legale: «Mi chiedo come sia stato possibile richiedere una misura perchè vi era il timore della reiterazione del reato senza andare a verificare se quell’attività contestata fosse ancora in essere. Il secondo rammarico riguarda l’interrogatorio della mia assistita davanti al gip. Anche in quell’occasione vennero depositati dei documenti in cui si dimostrava come la dipendente da tempo non svolgesse più quell’attività. Documenti che il gip non ha visionato visto che quando è stata emessa la misura interdittiva ha ritenuto che la circostanza fosse stata segnalata solo verbalmente senza prova documentale. Documenti che, invece, sono stati visionati e valutati dal tribunale del Riesame che ha revocato l’ordinanza».
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