Finora 4 casi in provincia «Sono ancora troppo pochi»
TERAMO. L’insufficienza renale è una malattia di cui si parla poco –forse perchè colpisce soprattutto anziani – ma che coinvolge una fascia ampia di popolazione: il 7%, cioè 2 milioni 200mila persone....
TERAMO. L’insufficienza renale è una malattia di cui si parla poco –forse perchè colpisce soprattutto anziani – ma che coinvolge una fascia ampia di popolazione: il 7%, cioè 2 milioni 200mila persone. Così Goffredo Del Rosso, primario della nefrologia e dialisi del Mazzini, inizia a delineare il quadro in cui è inserita la donazione di rene da vivente.
«Quando si arriva alla fase finale, il paziente ha tre possibilità: l’emodialisi in ospedale o a casa, la dialisi peritoneale o il trapianto», spiega. I numeri sono decrescenti: in provincia di Teramo ci sono poco meno di 170 pazienti in emodialisi, una sessantina in dialisi peritoneale. E il 20% dei pazienti in emodialisi e il 25% di quelli in dialisi peritoneale sono in attesa di trapianto. I pazienti già trapiantati, che vengono comunque poi seguiti nei reparti di nefrologia sono 35 a Teramo, una decina a Giulianova e altrettanti ad Atri.
I numeri sono bassi, basti pensare che «negli ultimi tre anni hanno subito un trapianto 14 pazienti a Teramo (12 dala dialisi peritoneale, uno dall’emodialisi e uno prima di cominciare, che è D’Orazio, ndr). Il problema principale è la mancanza di cultura della donazione. Anche “da vivente”. Negli Usa la donazione da vivente e quella da cadavere hanno gli stessi numeri. In Norvegia è più diffusa».
A Teramo in quattro hanno avuto un trapianto da vivente. Uno è tra i più “vecchi” d'Italia, fu trapiantato a Roma nel 1977, ricevette il rene dal padre. Gli altri sono tutti dopo il 2010: una ragazza è stata trapianta all'Aquila, un’altra ad Ancona (con donazione della madre) e poi l’ultimo caso dei coniugi. «Il tempo medio di attesa in Italia per un trapianto da cadavere è di tre anni», spiega del Rosso, «e c'è una mortalità in lista di attesa di quasi il 2%. Per questo è importante il trapianto da vivente, che in Italia sono ancora solo il 12%. E’ difficile pensare che la popolazione sia meno generosa che altrove: il problema è la mancata informazione. Noi nefrologi la facciamo, ma siamo una minoranza. Non solo: il trapianto da vivente migliora la qualità di vita rispetto a tutto quello che comporta la dialisi, dura di più rispetto a quelli da cadavere e la sopravvivenza è migliore». I rischi per il donatore sono nulli: per la nefrectomia si ferma allo 0,02% e a lungo termine, secondo uno studio degli Usa, la mortalità è la stessa di chi ha due reni. (a.f.)
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