Fusione tra Bcc locali, per ora è un sogno

L’Adriatico Teramano: serve un progetto industriale serio, che non c’è. Basciano: noi per ora stiamo bene da soli
TERAMO. Salvare la territorialità della Banca di Teramo, ed evitare che venga incorporata dalla Bcc di Roma, con un’aggregazione tra le banche di credito cooperativo che operano nel Teramano. Di questo si parla da qualche giorno, e persino il governatore D’Alfonso si è scomodato invitando – così come ha fatto il deputato e presidente della Banca del Vomano Giulio Sottanelli – il sistema nazionale del credito cooperativo a contribuire all’operazione. In realtà però gli appelli e le dichiarazioni d’intenti si scontrano con una realtà difficile. Lo si era già capito dalle dichiarazioni al Centro del presidente della Bcc di Teramo Cristiano Artoni (in sintesi: «Teniamo la porta aperta, ma finora la trattativa locale non è decollata mentre Roma ci dà ampie garanzie»), lo si comprende anche meglio sentendo i presidenti delle Bcc dell’Adriatico Teramano e di Basciano, le altre due interessate dall’ipotesi di fusione.
Antonino Macera (Adriatico Teramano) premette: «Abbiamo ottimi parametri e in linea teorica potremmo anche stare da soli, ma non siamo ottusi. Il mondo cambia e non è che non prendiamo in considerazione ipotesi aggregative. Tuttavia devono esserci una volontà comune e un progetto industriale. E finora non si può parlare di vere trattative, ma di semplici pour parler. Siamo disponibili a vagliare un’ipotesi aggregativa, non diciamo un no, ma non diciamo neanche un sì al buio. È chiaro che è la Federazione abruzzese che deve muoversi, relazionandosi con quella nazionale. L’anello debole è Teramo e la nuova banca per avere vita tranquilla dovrebbe avere un patrimonio forte. Buona parte di quello di Teramo è stato eroso, è chiaro che ci vuole un sostegno del sistema e dovrebbe essere un sostegno che non finisca nel mirino dell’Unione europea».
Macera, dunque, è scettico, anche se filosoficamente propenso a un’unione delle forze locali. «Il nostro territorio è già stato depredato», aggiunge, «evitiamo che Bcc Roma colonizzi la provincia teramana. Vogliamo l’omologazione o far permanere il nostro tipo di credito, che esiste da tanti anni? Il rischio di essere cannibalizzati ci può essere, poi dipende delle capacità delle singole banche di mantenere le proprie pecularità».
Il messaggio forse è rivolto al collega presidente Carlo Di Camillo della Bcc di Basciano, che appare il meno favorevole all’aggregazione. «A noi», premette, «piace lavorare in silenzio e fare la banca del territorio, noi i soldi non li diamo per amicizia o vicinanza politica ma a chi se li merita». E chi vuole intendere, intenda. Sulla trattativa in corso svela: «Ci sono state riunioni a livello federativo, l’ultima due settimane fa. Però Bcc Teramo ha dimensioni che non avrebbero consentito un’integrazione corretta con le altre, sarebbe venuta a danneggiare i nostri parametri. Il sistema nazionale? È chiaro che deve intervenire comunque, come ha fatto a Padova». Per Di Camillo il discorso appare già chiuso e, peraltro, non vede il rischio che l’arrivo di Bcc Roma “cannibalizzi” le altre piccole banche del territorio: «Noi ogni giorno abbiamo a che fare con banche anche più grandi e aumentiamo sempre i nostri clienti, si vede che sappiamo stare sul mercato. Nè credo che Roma venga qui a fare una concorrenza sciocca». Il succo, dunque, è che «a noi piace stare da soli. Se hai tutti gli indicatori a posto, te ne stai tranquillo come stai. Necessità di fusioni, da parte nostra, per ora non c’è».
Bcc Roma, intanto, continua ad esaminare le carte di Bcc Teramo. Il tempo per imboccare un’altra strada è quasi scaduto.
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