Fusione tra Comuni, la Provincia di Teramo dice no

Atri con Pineto, Giulianova con Mosciano Sant’Angelo, Silvi verso Pescara. Il presidente D’Angelo: «È una corsa a chi la spara più grossa»
TERAMO. Matrimoni tra Comuni e migrazioni da una Provincia all'altra: c'è aria di cambiamento nel Teramano, dove da qualche settimana ipotesi di fusioni e di scissioni sono al centro del dibattito politico. In particolare Atri e Pineto pensano alla creazione di un unico ente; Silvi guarda a Pescara come sua nuova realtà provinciale; Mosciano e Giulianova potrebbero, secondo alcuni ragionamenti politici, fondersi tra loro. Movimenti e aspirazioni che non convincono però la Provincia di Teramo, intesa come ente sovracomunale. Anzi, la posizione del presidente Camillo D'Angelo è tutt'altro che favorevole a cambiamenti non sostenuti da precise programmazioni.
Presidente, si fa un gran parlare di unioni e fusioni tra Comuni. È davvero questa la panacea per i mali delle nostre amministrazioni locali?
«Spesso si affronta l'argomento in modo troppo semplicistico, riducendolo a una mera questione di risparmio sui costi del segretario, del ragioniere o della giunta. Credo sia un errore macroscopico: se la soluzione fosse solo tagliare, basterebbe fare comuni unici ovunque. Il vero rischio è perdere la prossimità. Il piccolo comune è il primo sportello per il cittadino, che si identifica nel sindaco come suo rappresentante diretto. In Italia dovremmo semmai raggruppare le comunità per "comunione d'identità". Ci sono casi limite, come nell'Aquilano, dove borghi minimi hanno perso la funzione stessa dell'ente, ma non si può pensare di unire realtà da 800 abitanti se hanno un'estensione territoriale vastissima, come accade nel comune che amministro come sindaco, Valle Castellana, di 47 chilometri quadrati. Ogni caso va analizzato singolarmente».
Qual è allora la condizione necessaria affinché un'unione abbia senso?
«La chiave è la pianificazione a lungo termine. Ci si deve unire quando l'unione migliora la prospettiva dei territori e quando c'è una visione comune sullo sviluppo. Oggi abbiamo perso la qualità della pianificazione; ragioniamo troppo sul quotidiano. Se uniamo due realtà solo per passare da 12.000 a 26.000 abitanti, cosa cambia concretamente per il cittadino? Nulla, se non c'è un'offerta politica e una sinergia reale. Il sindaco è il "termometro" del territorio: se i cittadini vanno da lui per problemi economici o disservizi telefonici, è perché quel sindaco vive il territorio. Creare entità troppo grandi rischia di scollegare l'amministratore dalla base, come accade nelle grandi metropoli»
Nelle ultime settimane sono emerse diverse ipotesi: Atri e Pineto, Silvi con Pescara, persino Mosciano e Giulianova. Cosa ne pensa?
«Queste ipotesi non sono state condivise con l'ente Provincia. Vedo una sorta di "corsa a chi la spara più grossa". Si sente parlare di Silvi con Pescara o di Atri con Pineto senza che ne siano chiari i motivi tecnici o i vantaggi reali. L'erba del vicino non è sempre più verde. Cambiare provincia o regione sulla carta non sposta il territorio di un centimetro. Se Silvi passasse con Pescara, potrebbe addirittura perdere incentivi legati alle aree sottutilizzate dell'Abruzzo. Fusioni come Mosciano-Giulianova sembrano più campagne spot per superare numericamente Teramo che progetti utili»
Quale dovrebbe essere, invece, la priorità di questi territori?
«Dovremmo ragionare su gestione dei rifiuti, energia e innovazione. Tra dieci anni il lavoro manuale sarà sostituito dai robot; dobbiamo occuparci della cura della persona e del tempo libero. I confini amministrativi sono ormai linee sulla carta: serve un dialogo allargato tra comuni con identità simili, che sia sulla costa, in montagna o nelle vallate, per presentare progetti integrati e attrarre incentivi statali».
Spostiamo lo sguardo sulla salute complessiva della provincia di Teramo. Qual è la sua diagnosi?
«Vedo una provincia che vive molto di rendita, sui risparmi del passato e sulle pensioni. C'è una preoccupante chiusura culturale e poca voglia di mettersi in gioco. I cittadini sembrano bloccati in un modello di vita anni '80 o '90. Nonostante non ci sia una povertà economica allarmante, percepisco una forte povertà di idee».
E molti giovani scelgono di andarsene.
«Sì perché Teramo offre poco. Le nostre infrastrutture sono poverissime: non siamo collegati bene né per strada né per ferrovia, e le telecomunicazioni sono indietro di vent'anni. Anche sulla sanità, abbiamo passato anni a difendere i piccoli campanili invece di puntare sulla qualità ospedaliera».
Come invertire la rotta?
«Serve coraggio. In Provincia ho lottato per scuole moderne, ma ho trovato resistenze da chi resta ancorato al passato. Dobbiamo migliorare i collegamenti con l'università, che soffre per una localizzazione difficile. Soprattutto, dobbiamo tornare a pianificare il sostegno alle famiglie: mancano asili nido, parchi e spazi dove i bambini possano coltivare i propri talenti. Questa condizione di arretratezza va superata con un miglioramento generale che coinvolga tutta la regione Abruzzo».
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