Gestione dell’impianto Ruzzo: il giudice assolve i due dirigenti

Erano accusati di reati ambientali nella conduzione della struttura, per il tribunale il fatto non sussiste L’inchiesta della Procura scattata nel 2019 dopo un esposto dell’ex deputato del M5S Berardini
TERAMO. I tempi dei processi non sono mai quelli della vita reale. Ci sono voluti tre anni di istruttoria, con l’audizione di decine di testi in altrettante udienze, per stabilire che nessuna sostanza pericolosa sia finita nell’acqua e che tutte le regole per il corretto funzionamento dell’impianto siano state rispettate.
Si è concluso con due assoluzioni disposte con la formula più ampia del fatto non sussiste il processo a carico dei due dirigenti della Ruzzo Reti Silvia Di Croce e Maurizio Faragalli finiti a processo con una citazione diretta a giudizio. La prima nella sua veste, all’epoca dei fatti, di dirigente dell’area acquedotto e potabilizzatore, e il secondo quale responsabile dell’impianto di potabilizzazione di Montorio gestito dalla Ruzzo Reti. La sentenza è stata emessa nel pomeriggio di ieri dal giudice onorario di tribunale Enrico Pompei. Nel corso della requisitoria il pm d’udienza Pierluigi Acciaccaferri aveva chiesto l’assoluzione per entrambi. Le motivazioni saranno depositate tra novanta giorni. Il collegio difensivo era composto dagli avvocati Claudio Iaconi e Paolo Caccialanza (per Di Croce) e dagli avvocati Salvatore Napolitano e Luigi Fimiani (per Faragalli).
Così ha commentato l’avvocato Iaconi: «Un processo delicato, una istruttoria complessa. Per arrivare ad una conclusione limpida come l’acqua, che ha finalmente convinto tutte le parti processuali: i fatti addebitati all’ingegner Di Croce non sussistono. Noi ne eravamo convinti fin dall’inizio». L’inchiesta risale al 2019 e scattò dopo un esposto presentato dall’allora deputato del Movimento 5 Stelle Fabio Berardini sul funzionamento del potabilizzatore. Numerosi, in quell’occasione, i controlli fatti sul posto dai carabinieri del Noe e dai tecnici Arta, l’agenzia regionale per la tutela ambientale. I due dirigenti erano accusati di reati ambientali previsti dal decreto legislativo 152 del 2006 che stabilisce le norme in materia di tutela ambientale. Secondo l’accusa, così è scritto nel decreto di citazione a giudizio, «effettuavano in assenza della prescritta autorizzazione lo scarico di acque reflue industriali: segnatamente lo scarico dei reflui provenienti dal ciclo di potabilizzazione delle acque da destinare al consumo umano delle acque di lavaggio dei filtri del potabilizzatore all’interno dell’adiacente fosso San Lorenzo, affluente del fiume Vomano». Ai due veniva contestato anche, così si legge sempre nel decreto di citazione, «lo scarico dei reflui non depurati, comunque derivanti dall’attività di potabilizzazione, all’interno del fosso di San Lorenzo». La dirigente, inoltre, era accusata di deviazione di acqua modificazione dello stato dei luoghi (articolo 632 del codice penale). «Quale dirigente dell’area acquedotto e potabilizzazione della Ruzzo Reti», si legge a questo proposito nel decreto, «per procurare alla Ruzzo Reti l’ingiusto profitto corrispondente alla indebita disponibilità di acque da destinare all’uso potabile, deviava acque pubbliche o comunque destinate ad uso pubblico facendole confluire indebitamente nelle cosiddette vasche alte e vasche basse della Ruzzo Reti site in località Prati di Tivo». Tutte le accuse della Procura sono cadute.
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