Giocattoli e colori per i bambini delle madri detenute

L’ex caserma delle vigilatrici è stata rimessa a nuovo e ospiterà la sezione femminile a custodia attenuata
TERAMO. Non è mai facile. Perchè quando infanzia e sbarre s’incrociano a nulla servono Carte dell’Onu o circolari del sorriso. Ma in quest’Italia condannata dalla Corte Europea «per il trattamento inumano e degradante dei detenuti» si può tentare di fare di più. Anche se i fondi sono sempre di meno. Succede nel carcere di Teramo, uno dei più sovraffollati della regione, dove – terzo caso in Italia – aprirà una sezione femminile in cui le donne detenute costrette a portare con sè i bambini (la legge consente fino a tre anni) potranno farlo in una struttura in cui ci sono giochi e pareti colorate, cucina e camerette con tv. L’ex caserma vigilatrici, grazie al mondo del volontariato, è stata recuperata e trasformata: quattro camere da letto per una mamma e un figlio, una sala giochi, una cucina. Tutto quello che serve, anche se vivi in un carcere, per respirare aria di casa. A cominciare dai personaggi della “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a violare” dipinti sulle pareti da un detenuto che sconta una condanna per l’omicidio della moglie.
Il direttore Stefano Liberatore è soprattutto un padre quando ti dice: «I bambini non devono respirare l’aria del carcere». Questo funzionario che da vent’anni gira i penitenziari italiani con esperienze a Sulmona, Brescia, Cremona, l’Opera di Milano di una cosa è fortemente convinto: «Bisogna dare dignità ai detenuti, aiutarli a recuperare la genitorialità. L’attenzione per i bambini che accedono alle strutture penitenziarie è sintomo di civiltà della pena, perchè significa rispetto per la dignità dei reclusi i cui affetti divengono oggetto di attenzione positiva da parte dello Stato e tutto può contribuire alla credibilità del percorso di rieducazione. Certo tutto questo non basta, non è sufficiente, ma è comunque qualcosa». E qualcosa – quando fondi e personale sono sempre di meno, quando la burocrazia frena tutto rendendo difficile, se non impossibile, ogni percorso di riabilitazione garantito, almeno sulla Carta dalla Costituzione – diventa quello che il cronista vede entrando nella struttura che si affaccia sul giardino per famiglie già inaugurato qualche anno fa. E’ quella che la legge chiama una sezione a custodia attenuata femminile dove le stanze si chiamano Mare e Focolare, sempre per ricordare il libro di Sepulveda, e dove ogni particolare è studiato con attenzione per i più piccoli. A cominciare dalla sicurezza: ci sono le protezioni di gomma ai termosifoni, quelle alle porte, i paraspigoli, i libri colorati, le sedioline, i passeggini, le carrozzine, le tendine colorate. E’ sempre difficile, ma forse così lo è un po’ di meno. Perchè se la Carta Onu sui diritti del fanciullo stabilisce «che il bambino ha il diritto di intrattenere regolarmente rapporti personali e diretti con i genitori detenuti» il carcere resta un luogo chiuso dove il tempo è sospeso e spesso non esiste più, dove sconosciuti dividono ore e spazio in balia del panico, del vuoto, della rabbia propria e altrui. E mai come oggi l’istituzione carcere è stata al centro di profonde riflessioni sullo stato del diritto, che al suo interno sembra essere sospeso in virtù di una legge non scritta che non risparmia neppure i più deboli. A cominciare dai bambini.(d.p.)
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