Gli architetti: chiarezza sul teatro romano

29 Gennaio 2019

«Bene la condivisione popolare del progetto, ma nel rispetto del lavoro dei tecnici»

TERAMO. Sulla questione del recupero del teatro romano interviene anche l'ordine degli architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori. E lo fa per chiedere il rispetto della professionalità dei progettisti, anche alla luce delle continue e diverse ipotesi su una condivisione popolare del progetto, invitando l’amministrazione a fare chiarezza su quelle che sono le sue reali intenzioni.
«Fermo restando che la partecipazione dei cittadini alle scelte di trasformazione della città e di gestione del territorio è elemento fondamentale della buona riuscita di ogni esperienza progettuale», dichiara il presidente Raffaele Di Marcello, «in un processo come quello del recupero del teatro romano, e non solo, crediamo vada rispettato il percorso concorsuale, vadano rispettati i professionisti coinvolti, vada rispettata la progressione temporale che giustifica il coinvolgimento dei cittadini in precise fasi del percorso». Per Di Marcello, infatti, l’istituto della partecipazione popolare dovrebbe essere attivato prima della redazione di un progetto, e non successivamente. «Vedere, dopo anni, apparire proposte progettuali alternative, tra l'altro redatte, motu proprio, da professionisti che, per legge, non hanno competenza ad agire nell'ambito dei beni culturali, o sentire che il progetto, dopo essere stato più volte osservato dall'amministrazione comunale, e sottoposto all'esame e alle stringenti prescrizioni della Soprintendenza, verrà sottoposto ad una non ben precisata procedura di esame ed osservazione da parte dei "cittadini”», continua, «ci dà il senso di come, sul governo del territorio e sulle trasformazioni urbane, ci sia una confusione pericolosa a tutti i livelli».
Il presidente dell’ordine sottolinea in particolare come una volta scelto il progetto, «anche attraverso ulteriori fasi partecipative, che coinvolgano, però, a secondo delle esigenze, un numero di portatori di interesse più o meno ampio, fino a soli interlocutori qualificati quando necessario, non si può tornare continuamente sui propri passi, relegando il ruolo dei progettisti a semplici esecutori di quella che, di volta in volta, può essere l'idea di turno del politico, dell'amministratore, dell'associazione». Da qui l’invito, rivolto all’amministrazione, di chiarire definitivamente il percorso che intende portare avanti, nel rispetto delle professionalità coinvolte. Tra le richieste avanzate dall’ordine degli architetti al Comune, anche quella dell’istituzione di un urban center, «che sia centro di condivisione di saperi e idee, luogo di lavoro multidisciplinare tra i vari attori del territorio e i semplici di cittadini, ma anche sistema di produzione di conoscenza, conoscenza indispensabile per esercitare, consapevolmente, il diritto del singolo alla partecipazione. Perché partecipare, senza conoscere, significa affidarsi all'emozione del momento o farsi guidare da chi alza di più la voce - e in Italia, il caso del Palazzo dei Diamanti di Ferrara, dove l'intervento a "gamba tesa" di Sgarbi ha bloccato un progetto condiviso e necessario, ne è l'esempio».
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