Gli ultimi neonati nell’ostetricia chiusa

Viaggio nel reparto che dal 1º novembre ha cessato l’attività. I pazienti indignati: «Vergogna, ci tagliano un’eccellenza»
ATRI. Palloncini, pupazzi, fiori nella luminosa corsia al primo piano. L’ostetricia dell’ospedale di Atri sembra tutto fuorchè destinata alla chiusura, anzi, per la burocrazia ormai chiusa.
E’ l’effetto “ultimi giorni di Pompei”: il 31 ottobre sono avvenute quattro nascite, il 1° novembre – quindi ormai a chiusura già avvenuta – una. Il reparto brulica dunque di bambini, mamme e parenti in visita. Ma ben presto sarà destinato a svuotarsi, appena gli ultimi nati del San Liberatore saranno dimessi. Non a caso ieri due donne in stato interessante ricoverate ma non in imminenza di parto sono state dimesse perchè ormai quel tipo di prestazioni il reparto non le può fare più.
I novelli genitori hanno ben chiaro che sono gli ultimi ad aver messo alla luce bambini ad Atri. «Mio figlio, nato il 30 ottobre, si chiama, ironia della sorte, Luciano, proprio come il governatore Luciano D’Alfonso che ci ha chiuso il reparto», fa notare Mario Ferretti, «voglio ribadire che questo è un reparto di eccellenza, con personale generoso e professionale. Mi rivolgo alla politica: tempo fa sono venuti ad Atri e hanno detto che sarebbe diventare una città-distretto, con i servizi per tutta l’area. E invece ora ce li chiudono. Noi cittadini siamo delusi: pensavamo che ci sarebbe stato con questo governo regionale un cambio di rotta che invece non c’è stato». La nonna del piccolo Luciano, Elisabetta Italiani, aggiunge: «Per fortuna che mia figlia è riuscita a partorire qui ad Atri, la prossima volta dove dobbiamo andare? Mi dispiace per noi atriani, per l’intera città per cui l’ospedale è un importante punto di riferimento».
La nipote di Cinzia Basilico il 31 ha messo al mondo una bella bimba: «Ha partorito il 31, appena in tempo. Già si sente l’aria di chiusura, è molto spiacevole. Oggi (ieri per chi legge, ndr) sono andata a prenotare una visita ginecologica e mi hanno detto che per il momento non è possibile perchè non sanno che accadrà, se ci sarà posto». Il riferimento probabilmente è al primo taglio avvenuto anche per la ginecologia, che dal 1° novembre è diventata week surgery, aperta dal lunedì al venerdì ma che entro l’anno potrebbe subire un ulteriore taglio e diventare (così come la pediatria) aperta solo sulle 12 ore.
E in ostetricia-ginecologia si fanno curare non solo gli atriani. Ieri in ospedale c’era anche la teramana Emanuela Di Paolo, che accompagnava una parente: «E’ un peccato far morire un bell’ospedale come questo. Perdere un servizio non è mai positivo. Noi veniamo qui da Teramo: il reparto è di buon livello e sono tutti gentili».
Ma il dato ormai è tratto. E le due sale parto, anche quella più nuova, realizzata un paio di anni fa («Quando già sapevano che avrebbero chiuso il reparto», fanno notare con amarezza), ormai non vedranno più neonati. Quest’anno sono stati 412 i piccoli venuti alla luce in quelle due sale. «Un numero alto, nonostante tutta la pubblicità che ci hanno fatto contro. Le persone in questi mesi in cui si diceva che ci avrebbero chiuso si sono dirette verso altre strutture, vista l’incertezza sul nostro futuro», sottolineano in ostetricia. Ora dei 412, nelle camere (a due letti) restano 7 bambini, che nelle prossime ore saranno dimessi, insieme alle loro mamme. E poi le porte si chiuderanno, le serrande alle finestre si abbasseranno e il punto nascita diventerà il passato.
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