Ha ucciso il padre, condannato a 25 anni

7 Giugno 2022

La Corte d’assise infligge una pena superiore ai 24 richiesti dal pm: per i giudici di primo grado è omicidio volontario

TERAMO. I luoghi delle storie di cronaca sono sempre spazi difficili da vivere. Anche un’aula di tribunale dove gli occhi hanno voce, le parole fanno rumore e un attimo diventa un tempo infinito. Come quello della lettura di un provvedimento.
Al presidente della Corte d’assise Flavio Conciatori serve poco più di un minuto per declinare il dispositivo della sentenza di condanna: 25 anni (uno in più di quelli chiesti dalla Pubblica accusa) per Giuseppe Di Martino, il 48enne architetto accusato di aver ucciso il 75enne papà Giovanni al termine di una violenta lite scoppiata nella casa di Silvi nella notte tra il 13 e il 14 giugno del 2019. Le motivazioni spiegheranno i perché. Per ora c’è una sentenza di condanna a scandire l’epilogo di un processo di primo grado con una Corte d’assise che fa sue le accuse della Procura: è stato un omicidio volontario anche per i due giudici togati (Francesco Ferretti a latere di Conciatori) e i sei popolari. La tesi difensiva sostenuta con forza dall’avvocato Marco Pierdonati non trova margine nel pronunciamento: per i magistrati non è stato un eccesso colposo di legittima difesa, non è stato un omicidio preterintenzionale. «Che sia una pena calibrata al fatto e non sproporzionata», aveva detto in mattinata Pierdonati nell’ultimare l’ arringa, «Giuseppe non voleva uccidere, è intervenuto a difesa della mamma aggredita prima verbalmente e poi fisicamente». Sottolineando in più occasioni l’assenza del dolo, il concetto giuridico dell’azione conseguenza di particolari motivi di valore morale e sociale. Citando il giurista Ferrando Mantovani e «l’attenuante comune dell’amore filiale». In aula, alla lettura del dispositivo, l’imputato e la mamma. Nel corso delle complesse indagini preliminari (prima) e nell’istruttoria dibattimentale (dopo) la Procura ha sempre sostenuto la morte per strozzamento, mentre la difesa quella conseguenza di una caduta accidentale .A fare da filo conduttore alla lunga requisitoria del pm Enrica Medori una certezza: tutte le circostanze, i riscontri dei medici legali e le testimonianze «escludono», aveva detto nella precedente udienza, «che possa configurarsi un preterintenzionale o una legittima difesa». E per rimarcarlo aveva scelto la brutalità delle immagini del cadavere della vittima perché nelle aule di tribunale è necessario calarsi nel baratro. Quella sera, quando madre e figlio arrivarono in auto al pronto soccorso di Atri con il corpo del congiunto (per il pm due ore dopo il fatto e dopo che la donna aveva ripulito la casa dalle tracce di sangue), raccontarono che c’ era stata una lite tra padre e figlio e che quest’ultimo involontariamente avrebbe spinto il genitore facendolo cadere su un tavolinetto su cui l’anziano avrebbe sbattuto la testa. Una lite, dissero, scaturita dalla decisione della donna di andare via dopo «anni di maltrattamenti del marito».
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