Hanno ucciso Renata: condanne a 24 e 27 anni per padre e figlio

5 Settembre 2020

Reggono le accuse di omicidio volontario e soppressione di cadavere per Giuseppe e Simone Santoleri Stabilita una provvisionale immediata di 100mila euro per la sorella, autorizzati i funerali della vittima

TERAMO. Le motivazioni spiegheranno i perché. Per ora c’è una sentenza di condanna a scandire l’epilogo di un processo di primo grado con una Corte d’assise che fa sue le accuse della Procura: anche per i giudici sono stati l’ex marito 70enne Giuseppe Santoleri e il figlio 46enne Simone ad uccidere Renata Rapposelli. Soffocandola. Insieme. Per il primo una condanna complessiva a 24 anni, per il secondo a 27 anni. Con i giudici che nel dispositivo separano reati e condanne: per il padre 21 anni per omicidio e tre per soppressione di cadavere, per il figlio 24 anni per omicidio e tre per la soppressione di cadavere. Tecnicismi giuridici a stabilire come la corte non abbia messo in continuazione i due reati. Ma anche per capire questo bisognerà attendere le motivazioni. Per ora la sintesi di una camera di consiglio durata quasi tre ore dopo un’ultima udienza senza imputati in aula è quella di una sentenza che conferma l’impianto accusatorio del pm Enrica Medori che, dopo quasi sette ore di requisitoria, aveva chiesto l’ergastolo per Simone, proprio ancorando la richiesta ad aggravanti da ergastolo come la soppressione di cadavere, e 24 anni per Giuseppe.
Percorso diverso nella valutazione dell’entità della pena quello seguito dai giudici togati e popolari (Corte d’assise presieduta da Flavio Conciatori con a latere Lorenzo Prudenzano) che hanno concesso ad entrambi le attenuanti generiche equivalenti alle contestate aggravanti. Risarcimento per le parti civili costituite: l’associazione “Penelope” che si occupa di persone scomparse e Maria Chiara Santoleri, figlia di Giuseppe e Renata e sorella di Simone. All’associazione 1500 euro, alla sorella una provvisionale immediata da 100mila euro e un risarcimento del danno da liquidare in separato giudizio. Con una certezza messa nero su bianco: la restituzione della salma e l’autorizzazione alla sepoltura. Dopo tre anni il corpo della 64enne pittrice originaria di Chieti potrà essere sepolto.
Dopo quindici udienze, centinaia di testi ascoltati , consulenze tecniche e perizie mediche, intercettazioni telefoniche e ambientali diventate migliaia di pagine di trascrizioni approdate in aula il processo di primo grado si chiude con una certezza: quel 9 ottobre del 2017 la casa di via Galilei a Giulianova dove abitavano Giuseppe e Simone per Renata Rapposelli diventa l’unica e ultima sosta verso un destino senza scampo. Da quel momento in poi il suo telefono smetterà di esistere per sempre. Il suo corpo verrà ritrovato un mese dopo in una scarpata di Tolentino. L’istruttoria dibattimentale ha consegnato agli atti il ritratto di una famiglia disgregata nei rapporti, con Renata che dopo la separazione aveva lasciato Giulianova per andare a vivere ad Ancona dove si era ritrovata in difficili condizioni economiche. Non aveva più rapporti con Giuseppe e Simone, sporadici quelli con la figlia che da tempo vive lontana. In attesa di una pensione, la pittrice viveva con duecento uro al mese provento dell’assegno di mantenimento dell’ex marito e attendeva da lui tremila euro di arretrati. Quelli che, ha sempre sostenuti la Pubblica accusa, si sono trasformati nel movente economico di un omicidio senza premeditazione.Perché quando il 9 ottobre Renata prende il treno ad Ancona per raggiungere Giulianova dopo che l’ex marito le ha detto che il figlio Giuseppe ha un tumore (circostanza non vera) in casa scoppia l’ennesima lite per i soldi. Per i giudici di primo grado è stata soffocata dall’ex marito e dal figlio che hanno buttato il suo corpo in una scarpata.
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